È difficile trovare il tempo per mettere in pausa il flusso di informazioni da cui siamo investiti e interrompere la ruota degli impegni che ci fa correre come criceti. La vita scorre mentre la nostra mente è focalizzata sull’assolvere uno dopo l’altro i doveri che la società ci impone per risultare validi lavoratori, bravi genitori, buoni figli, utili consumatori…Alt! È il momento di scendere. E domandarsi quale percorso stiamo seguendo nella nostra ricerca della felicità. Ci hanno insegnato a chiamarla così, nelle campagne di marketing, ma si tratta semplicemente dell’esca con cui mirano a convincerci a spendere il nostro denaro. Una felicità che si raggiunge comprando e consumando beni. Una felicità effimera cagionata da un bisogno impellente ma immediatamente sostituibile. È una società dello spreco in cui si incoraggia un rinnovamento sempre più accelerato dei prodotti al punto che la loro produzione è in funzione della loro morte — ci ricorda Jean Baudrillard (La società dei consumi) — in cui si ostentano i consumi effimeri poiché la società dei consumi ha bisogno di distruggere i suoi oggetti, ancora più che consumarli. Anche Zygmunt Bauman (Consumo, dunque sono) era arrivato ad una simile conclusione assumendo che «l’economia consumistica prospera sul ricambio delle merci e si pensa che quanto più denaro passa di mano, tanto essa vada a gonfie vele; e ogni volta che il denaro passa di mano alcuni beni sono inviati alla discarica». Dunque accade nella realtà ciò che Calvino (Le città invisibili) raccontava sull’invisibile città di Leonia: «più che dalle cose che ogni giorno vengono fabbricate, vendute, comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove». Sul perché ciò avvenga e su come si compia il processo di scelta si sono interrogati generazioni di economisti, psicologi, sociologi e filosofi. Ma ben poche domande si pone solitamente il normale cittadino. Eppure gli sarebbe utile sapere, ad esempio, qual è la funzione dei beni che sceglie (Pierre Bourdieu, La distinzione: critica sociale del gusto) o quale visione del sé riflettano (Mary Douglas, Il mondo delle cose).

Ma più di tutto sarebbe utile chiedersi sino a che punto sussista un libero arbitrio, prima ancora che nell’esercizio della scelta di un prodotto, nella nostra stessa esistenza. Perché tra varie classificazioni a cui ci sottopongono — consumatore consapevole, consumatore emozionale, consumatore atipico, consumatore difettoso, turboconsumatore — ne spicca una che pare più opprimente delle altre, citata dal filosofo francese Gilles Lipovetsky, il quale sostiene che siamo tutti «essenzialmente consumatori». L’essenza di una cosa, secondo la metafisica aristotelica, è ciò che definisce la cosa stessa. L’essere umano, dunque, viene ridotto a identificarsi con l’atto del consumo o, peggio, a trasformarsi egli stesso in merce. È questo ciò che vogliamo? C’è solo un modo di rispondere. Farsi delle domande.

«Consumiamo ogni giorno senza pensare, senza accorgerci che il consumo sta consumando noi e la sostanza del nostro desiderio. È una guerra silenziosa e la stiamo perdendo».Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono.

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