Lo scandalo Facebook – Cambridge Analytica ha messo in luce la vulnerabilità dei dati personali presenti sui social network. Scarsa protezione, incidenti, marketing, qualunque sia il motivo della fuga di informazioni non bisogna dimenticare che sono gli utenti stessi a donare enormi quantità di dati alle grandi società della rete.

Provate a ricordare, non è passato molto tempo da quando per avere un servizio bisognava pagare. Chiamare per conoscere la pizzeria più vicina oppure comprare le mappe da installare sul navigatore, aveva un costo inviare sms ed un costo quasi proibitivo mandare un’immagine. Persino i servizi di posta elettronica inizialmente erano a pagamento. Sembra impossibile visto che adesso, invece, tutto questo è gratuito. Sulle piattaforme digitali si trovano miriadi di applicazioni che offrono qualsivoglia servizio a costo zero, gadget virtuali a cui non si può rinunciare. Ma quando si installano sullo smartphone, senza troppi pensieri, li si autorizza ad accedere alla fotocamera, ai contatti, alla memoria interna etc… Non ci si oppone nemmeno al fatto che seguano per filo e per segno gli spostamenti compiuti, anzi, l’utente è ancora più felice quando gli viene consigliato un negozio che, casualmente, è proprio a due passi da dove si trova. Si inseriscono nei form online tutte le informazioni anagrafiche che vengono richieste per poter partecipare ad un concorso o per avere uno sconto su un prodotto. Non ci si spaventa di mostrare apprezzamento o adesione – i.e. mettere un like – per una qualsiasi cosa vista in rete. Si concede di buon grado, persino, di registrare l’impronta digitale o la scansione biometrica del volto.

L’elenco potrebbe continuare all’infinito, letteralmente, considerata la rapidità con cui il mondo tecnologico partorisce nuove stimolanti pseudo-necessità digitali. Ma il concetto di base rimane unico: «Se qualcosa è gratis, è perché la merce sei tu». Bisogna capire che ogni dato che si cede o si autorizza a prelevare tramite le applicazioni, i motori di ricerca, l’e-commerce, gli smartphone viene raccolto, salvato, elaborato, venduto, utilizzato per molti scopi di cui il marketing rappresenta solo una piccola parte. Bolla dei filtri, de-anomizzazione, dittatura dei dati sono solo alcune delle problematiche inquietanti che si nascondono dietro l’uso del digitale condiviso. Purtroppo, ad oggi, la tutela migliore per l’utente, oltre alla disconnessione completa, consiste (forse) nell’utilizzo oculato del mondo di internet e delle applicazioni (ad es. motori di ricerca e browser antitracciatura, limitazione delle autorizzazioni in-app). A livello normativo, comunque, sta per entrare in vigore il nuovo Regolamento Europeo sulla Privacy molto promettente, sulla carta. Ma sui pixel darà il risultato sperato?

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