Scrivere è mettersi in pericolo, sennò non è niente. Una sintesi programmatica che guida la scrittrice da sempre. La Ernaux si è modellata narrativamente lì, guardandosi precipitare e analizzando i frammenti della sua, così nostra, caduta. Senza sconti nell’esposizione radicale dei suoi dolori, ha stravolto la letteratura contemporanea francese e ne ha estratto l’anima. La sua lingua deflagrante oggi sarà raccontata da Valeria Lo Forte alla Libreria Pagina 12, appuntamento inaugurale della rassegna del Circolo dei Lettori “Tutte le ragazze avanti!”

Alle 18, nella libreria di Corte Sgarzerie, probabilmente verremo tutti messi al muro.  Il posto, Gli anni, L’altra figlia, Memoria di ragazza, Una donna, La verogna sono i titoli degli ultimi sei romanzi pubblicati da L’orma editore, con la traduzione di Lorenzo Flabbi e sono anche i cippi di confine di infiniti viaggi all’indietro. Parla di noi, delle nostre fragilità occultate la sua cosmogonia privata, i suoi genitori incatenati ad un bar-drogheria della provincia, lo straniamento di sè, il dolore di non essere vista, figuriamoci riconosciuta.

«Ho voluto dimenticarla quella ragazza. Dimenticarla per davvero, nel senso di smettere di aver voglia di scrivere di lei. Smettere di pensare che dovevo scrivere di lei, del duo desiderio, della sua idiozia e del suo orgoglio, della sua fame e della scomparsa del suo sangue. Non ci sono mai riuscita.»

Questo è un passo di Memoria di ragazza, ed è uno dei libri più importanti per la Ernaux. Leggerlo è fare un viaggio nelle vergogne silenziate delle nostre adolescenze, quelle epoche del niente, vissute da un noi sempre ripudiato. Si esce straziati dalle descrizioni tragiche e luminose che Annie fa di Annie stessa, della ragazza del ’58 che è stata. Inadeguata, eccessiva negli slanci, ridicola nella lettura impietosa che lei credeva di intuire negli occhi degli “altri”, vandali diabolici di ogni giovinezza. Sesso, violenza, giudizio esterno e interno. Non importa se sei la ragazza bionda invidiata e desiderata, non importa se sei il suo contrario, ovvero la non vista, quella che nelle espressioni lessicali conserva lo stigma delle sue origini umili: rimani a camminare in una solitudine, per certi versi preparatoria delle future, ma sicuramente di una fattura più estrema, perché è la prima. Cosa significa recuperare, decenni dopo, l’architrave di tutte le nostre insicurezze? Rapportarsi, come fa la Ernaux, con l’inizio del nostro vagare?

La sua scrittura è così sentita che dispiace quasi pensare quanto ha perduto, o ha messo in conto di perdere, per dire la verità di sé, per scavarsi fino a smottare la sua anima, e così la nostra. Non racconta per compiacere pubblici, non per narcisismi secolari. Quello che fa è «scrivere nel silenzio della mia casa, sola, per lottare contro la lunga vita dei morti».

La materia narrata è sempre la sua vita, perché le è necessario, perché scrivere «è un rituale laico di salvezza». «Quello che conta non è quello che succede, è ciò che si fa di quel che succede». Ma lo si capisce solo, forse, dopo aver decostruito la persona goffa e dolorosa che siamo stati.