Paolo Sorrentino

Da Massimo Cacciari, a Bernard-Henri Lévy, passando per Philippe Daverio, Fabrizio Gifuni e Jasmine Trinca, gli incontri al Festival della Bellezza, dall’1 al 7 giugno, sono stati tanti con i grandi nomi del nostro tempo.

Vi raccontiamo di Paolo Sorrentino, ospite al Teatro Romano il 6 giugno scorso, della sua arte di “far fare le rime alle cose” e di quanto sia importante la malinconia.

Usa Truffaut per raccontare in semplicità il suo mestiere, che è quello di «tenere insieme il tutto».

Lui, sette film e un premio Oscar con cui convive umilmente, lo dice con la sua voce indolente, risultato di radici partenopee e di anni romani, che «non bisogna stare nella festa» per poterla affrescare. Un regista, insomma, deve essere un instancabile voyeur con «una grande capacità di annoiarsi» per riuscire a guardare dove gli altri dimenticano lo sguardo.

Sorrentino, ai tanti venuti per ascoltarlo nella calda serata del 6 giugno al Teatro Romano, non lo prova neppure a nascondere. A lui interessa scorgere quell’istante preciso, fugace, in cui le maschere del giorno cadono, e la gente, inconsapevole, lascia intravedere se stessa. Per questo da “Le conseguenze dell’amore”, a “L’Amico di famiglia”, passando per “Il Divo” o per “This Must Be the Place”, ha sempre finito con raccontare di uomini avvolti da una coltre di avvilimento, mai, però, del tutto perduti.

I suoi personaggi sono ritratti sempre nel momento in cui stanno cadendo, scivolando dall’apice della loro ascesa. Perché «mi interessa il passo falso, la distanza e il dettaglio con il quale tutti, alla fine, tradiscono loro stessi». È questa la sua poetica? «Non sono sicuro di possederla», risponde scoraggiato da una domanda razionale, che cerca di inquadrare i suoi tentativi artistici. Preferisce dire che il suo lavoro consiste, solo, si fa per dire, nel «fare delle rime tra le cose». Non per niente il suo vizio più grande, che è anche il suo pregio, è «frequentare l’ironia», fondamentale nel suo lavoro di narratore perché costringe a trovare il ritmo, il battito segreto delle cose. Per cadenzare le sue storie costruisce simmetrie di musica e immagini che sono protagoniste indiscusse delle sue pellicole perché «sono appaganti di per sé senza il bisogno di spiegazioni».

Criticato a volte per le sue frasi fulminanti, per le sue parole dense, ci confida che se fosse per lui un film sarebbe del tutto autosufficiente con la sola forza dell’immagine ma i produttori vogliono i dialoghi. E allora lui prova a scegliere per i suoi personaggi parole diverse, «perché la noia dei dialoghi della vita vera mi spinge a crearne di migliori». Personaggi che pensano i suoi pensieri, che parlano con le sue frasi da scrittore, basta una pagina del suo “Hanno tutti ragione” (Feltrinelli, p. 320, 2010) per capirlo. Crea battute lapidarie, eccessive, letterarie, lontane dalla quotidianità, perché «sennò basterebbe vivere».

Liquida la sua ultima fatica,“Youth”, distribuito da Medusa e accolto con incassi record, come «un tentativo miserabile di raccontare come ci si può rapportare con l’idea di futuro». Partendo, come fa lui, dalla nostalgia dei ricordi. «La malinconia è una zona piacevole. Ti permette di essere triste senza motivo». Quasi a confermare che la ricerca di una ragione per la propria tristezza è da sempre il miglior movente per creare. Il suo obiettivo è fare film «che facciano godere», mostrando con l’attenzione della fotografia, la riflessione della musica e la cura delle parole che la vita è uno spettacolo attraversato dalla bellezza. Tentando, così, sempre, di raccontarne i suoi sparuti e incostanti sprazzi, nascosti sotto il chiacchiericcio delle nostre piccole macerie.