Antonio Alizzi

Ha radici lontane questo libro, dalla rubrica Biglietti da visita – brevi dialoghi con personaggi più o meno famosi – che Antonio Alizzi ha tenuto su un mensile russo. Con alcuni, in seguito, Antonio ha intrapreso chiacchierate più intense e profonde, offrendo ai lettori un’indagine su tematiche universali dal punto di vista di chi, proprio come un funambolo, riesce «a non perdere l’equilibrio e a proseguire nel proprio cammino». Alferov, Sorrentino, Limonov, Minoli, Bocelli, Julio Velasco. Premi Nobel, vincitori di oscar, icone religiose e sportive. Pagina dopo pagina, vita dopo vita, scopriamo il rapporto che questi personaggi hanno con la morte, con il denaro, con il successo, con la genitorialità. Ma anche come vivono la loro spiritualità, i loro affetti, i momenti di sofferenza e di crisi.

Antonio, perché il dialogo come veicolo di questo libro?

Volevo capire se personaggi di così grande fama si pongono domande esistenziali, filtrare temi universali attraverso vite umane di grande notorietà, esistenze di grande valore. Mi interessava indagare la prospettiva di fenomeni universali a seconda della persona con cui mi trovavo a parlare.


Leggendo il libro colpisce vedere che questi grandi hanno ancora dei sogni, anche cose apparentemente banali. Sorrentino, ad esempio, fantastica su una casa a strapiombo sul mare.


Se la depressione è quella cosa per cui ti alzi al mattino e vedi tutto nero, la vita è quella cosa che attraverso una spinta di luce illumina le giornate. Quando Sorrentino mi dice che è leggermente depresso mi sta dicendo che ha dei sogni, che c’è qualcosa che succede. Bocelli parla della pace, Renfro visita i luoghi a rischio di estinzione e fa trapelare il sogno di una comunità che li rispetti. Il sogno è una cartina tornasole: fa guardare avanti anche leggere all’indietro ciò che si è fatto ogni singolo giorno.

La copertina del libro “Vite da Funamboli”


Bocelli le ha raccontato che oggi sarebbe la stessa persona anche se non avesse conosciuto tanti uomini “grandi”. Lei invece?


Io alla fine del libro mi sono sentito arricchito, come se avessi vissuto pezzi di vita loro. Sono uscito da questi incontri più brave, che non significa soltanto coraggioso ma anche meno timoroso. Ho definito un gusto verso scelte percepite come rischiose perché in molte storie ho visto come il rischio abbia portato alla percezione della realizzazione. Ho anche capito che queste personalità non sono dei giganti, hanno solamente risposto alla loro vocazione e continueranno ad essere credibili solo se non snatureranno questa risposta.

Quindi questo libro le ha permesso anche di riflettere sul tema del talento…


Mi sono chiesto se esiste e cosa sia, se è questione di DNA o di sorte. I miei interlocutori accordavano su una vocazione che li chiama. È la risposta a fare la differenza. Se hai la vocazione ad essere scultore non è detto che questo ti faccia essere Canova, ma se rispondi ed esprimi il tuo talento allora sarai felice.

Copiando una domanda che lei ha fatto spesso ai suoi intervistati, ci rivela tre personaggi che porterebbe a cena?


Le dico che mi piacerebbe incontrare mio padre alla mia età attuale (Alizzi ha 37 anni), incontrare un gruppo di persone e saper parlare la lingua di ciascuno e forse mi piacerebbe conoscere i miei nipoti adesso senza sapere che sono loro. Non ne sono sicuro, è una domanda complessa (ride, ndr).