Era fine febbraio, un attimo fa. Poi i primi casi a Verona sul principio di marzo e la prossimità del pericolo, vicino, adiacente ormai nuova metrica delle nostre vite. I parchi giochi chiusi, le panchine abbracciate dai divieti, le autocertificazioni sempre stravolte e i nostri giorni ritmati dall’attesa di una fine o, almeno, della promessa di un dopo. Archiviati i droni militari del weekend pasquale, siamo tornati, timidi (non tutti), a uscire, prima nei 200 metri, poi nelle vicinanze di casa e, infine, pure a recuperare boschi e distanze in Lessinia o sul Baldo. Dagli arcobaleni di Andrà tutto bene si è passati alle fiaccolate dei negozianti, tra le mani i cartelli che invertivano il refrain ottimista di cui ci siamo fidati. Non andrà tutto bene si legge sui fogli stampati e affissi sulle serrande chiuse delle botteghe, dei bar, dei ristoranti che si reinventano l’asporto.

Per primi i librai, ad aprile. Una riapertura simbolica, serve ricordare a tutti la speranza. Poi le settimane di promesse, richieste.
C’è Cesare che non vede l’ora di mettere le mani sulle sue spazzole, di occuparsi della bellezza nel suo salone di acconciature. Non è arrabbiato, sono i giorni dopo il 4 maggio e tutti i parrucchieri e gli estetisti si sono visti rimandare a giugno, ma lui non si lascia prendere dalla disperazione. «Mi sto organizzando per accogliere i clienti con più sicurezza di prima. Sarà una nuova sfida». «Praticamente 30 anni di storia della mia osteria sono stati buttati nel cestino, devo aprire un locale nuovo» fa eco Marco sfinito, nell’incertezza dei protocolli di sicurezza quando si teme ancora lo spettro dei tavoli distanziati di quattro metri. E poi Valentina, riassunto di tutte le mamme freelance divise tra la didattica online dei figli e il lavoro che dovrebbero svolgere. Rimane l’incognita della scuola, del turismo, degli spettacoli. Oggi, in questo giugno un po’ riconsegnato a se stesso, le mascherine spesso coprono male il naso, gli aperitivi sono molti e non sempre sparpagliati, si perpetuano le gogne sui social ma anche le conversazioni dolci per le strade, non più gridate dai balconi. Rimane il dolore intero di chi ha perso qualcuno e, in questa prima luce, perdura sempre il silenzio dei più dimenticati, quelli che il Covid l’hanno avuto e ora devono affrettarsi a ricominciare.