Lella Costa, attrice e scrittrice, è intervenuta il 19 ottobre scorso all’incontro “Libertà, regole e trasgressioni” con l’ex magistrato e giudice della Cassazione, Gherardo Colombo. Il loro dibattito, che ha animato con seria ironia il Palazzo della Gran Guardia, si è inserito in uno di quei momenti “amati e richiesti” di riflessione dei quali si fanno da tempo promotori l’associazione Prospettiva Famiglia e la rete di scuole “Scuola e Territorio: Educare insieme”. Noi l’abbiamo intervistata.

Lunga gonna verde e occhi intensi. Lei, ti ammalia subito. «Quella sorta di molteplicità che ha finito per caratterizzare la mia vita» è, forse, l’ingrediente che rende Lella Costa, immediatamente, irresistibile.

Femminista, ma senza scomodare gli stereotipi. Scrittrice (Che bello essere noi per Piemme, è la sua ultima fatica, ndr) solo perché «scrivere romanzi significa prendersi cura degli altri». Ma anche icona del teatro civile, capace negli anni di sensibilizzare uomini e donne rispetto alla figura femminile nel mondo contemporaneo.

L’ironia per lei, come per Romain Gary, è una dichiarazione di dignità. «È un modo più lieve e quindi più facile per comunicare le cose importanti». Per questo lei la usa così, da maestra, anche nei temi grandi.

Ambasciatrice a Expo Milano e appassionata del piatto imprescindibile di ogni tavola invernale, ha scritto Minestrina (Slow Food) perché «avere un po’ di senso buono del bene comune può passare anche attraverso cose semplici come la minestrina». Difende le trasgressioni, quelle «fatte contro le regole sbagliate», e poi cita l’Antigone per dire che ci sono obblighi che hanno a che fare con qualcosa di più profondo e che sono in vigore «non da ieri, non da oggi e nessuno sa dove abbiano attinto il loro splendore».

Cos’è per lei la libertà?

Dovremmo stare qui a parlarne fino a dicembre. Per definirla non basta un mese e neanche una vita. Credo che sia uno di quei beni comuni che non possano esistere se non sono comuni. È come per il discorso della felicità, funziona se è condivisa.

Le regole sono limite o soglia?

Le regole sono la fonte delle nostre possibilità. Ma devono essere poche, molto chiare e non negoziabili. Poche certezze e un numero preciso di diritti che non possono essere ridiscussi in continuazione; questa è la ricetta. E poi conta l’esempio. Trasmettiamo attraverso quello che facciamo. E, alla fine, anche se si insegna l’ipocrisia vince il comportamento.

Con lei, paladina non scontata, non possiamo che parlare di donne. Come siamo messi con la questione femminile?

Credo che le pari opportunità non abbiano a che fare solo con il maschile o con il femminile, ma con qualcosa di più profondo. C’è la diffusa e dolorosa opinione per la quale le questioni rosa debbano per forza riguardare solo le donne. Non è vero, è una questione che c’entra con l’umanità. Vuol dire battersi per un mondo migliore per tutti, non solo per le donne. Non riesco a capire come maggiori diritti possano ledere qualcuno. Il maschile nella società vive, da anni, di una rendita di posizione. Mentre, per noi, ogni conquista va contrattata. Noi stesse, bisogna riconoscerlo, abbiamo interiorizzato queste regole dissennate con ingiusta quiescenza.

Credo che il punto di vista femminile siano il contributo indispensabile di cui il Pianeta non può fare a meno in questo momento. Il 70 per cento del pubblico dei teatri stabili è donna, per non parlare della schiacciante vittoria delle lettrici sui lettori; sono dati che qualcosa dicono. Quello che mi sembra estenuante nella sua stupidità è che questi talenti non vengano mai valorizzati.

La Fallaci nel suo Sesso Inutile diceva che non abbiamo possibilità di essere veramente felici, noi donne. Forse, perché non possiamo esistere senza appartenere ad un ruolo predefinito..

Perché le donne non possono avere tutto, mi chiede? Perché nessun essere umano può avere tutto. La donna è sempre rimasta dietro. Dietro l’uomo, quello è il luogo dove la storia l’ha relegata. Non poteva esprimersi, non poteva produrre arte, non parliamo poi di ricoprire ruoli di comando o di potere.  Poi dopo i primi successi, si è iniziato a riconoscere che dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna. Oggi si potrebbe affermare che dietro ad un grande uomo c’è sempre una donna stupefatta. Stupefatta anche solo perché la società ha scambiato il suo per un grand’uomo.