Spargere l’etica della parola, laddove si operano sintesi semplicistiche, si mercanteggia sul significato. Marco Ongaro, il “cantascrittore” veronese, fa questo, con tutta la scorta di fatica che comporta un esercizio di precisione– anche linguistica – oggi. L’amore è il suo tema, quello sempre indagato, sempre frastagliato nella discografia come nei testi teatrali o letterari. Ha imbastito, con l’ultimo album, la figura del fantasma baciatore, una sorta di Don Giovanni della nostra attualità ferita. E in un tempo quasi rapinato dalla «moderna frenesia citazionistica», ha appena scritto un libro che è una guida agli aforismi perché «sono evocazioni di verità».

Cosa rimane dell’amore dopo la prima inaugurazione del pianto? Dopo le prime lacrime cadute su un litigio da niente? È finito o è appena iniziato? Il  «dilemma elementare» direbbe Gaber, quello che è sempre di tutti, del «se aveva senso o non aveva senso» il loro, il nostro, amore. Per Marco Ongaro che lo scrive e lo canta da tempo, con l’ironia non lontana da certe tristezze, non è altro che materia calda da modellare in una qualche forma di equilibrio peraltro, «impossibile da mantenere». E, infatti, siamo tutti sempre lì a giocare in «quel campo infinito».

All’amore lui ha dedicato versi, parole, canzoni. L’ultimo album del noto cantautore veronese è stato presentato a fine ottobre al Teatro Laboratorio. Il fantasma baciatore è il titolo che racchiude undici brani. Anche questa volta un eroe lasciato lì, nelle strade della noia, una variazione sul tema di quel «salvatore delle donne tristi» che punteggia, dai tempi di Canzoni per adulti, la sua poetica. Sostegno delle massaie, rarefatto distributore di attimi di passione, il fantasma di Ongaro è una via d’uscita nel deserto delle seduzioni rimandate. Attenzione però: in questo disco che arriva due anni dopo Voce, non si inneggia ai brividini del cuore, non si spaccia l’infedeltà come soluzione.

«Il fantasma si ferma al bacio, dona un sogno e non fa niente di più». Si rassicurino mariti e compagni: si tratta di un Don Giovanni con l’incedere sublimato, «ha una funzione più consolatoria che predatoria». Il seduttore, inventato da Tirso de Molina e consacrato da Molière, si insinua «nell’incapacità sociale, anche meramente numerica, di soddisfare i desideri di tutte le donne». Un’immagine, un simbolo perché il Don Giovanni è «l’unico mito occidentale moderno» lo ripete, citando George Steiner, lo stesso Ongaro che poi attinge alla materia omerica quando parla della donna, ingannevole e divina. Nel suo nuovo album c’è ancora l’Elena di Troia della discografia passata, qui però suggerita quasi solo a distanza. «Una regina senza alcuna legge», evocata nelle parole ora da Menelao ora da Paride, ma mai stretta da nessuno.

I brani del cantautore, dove non mancano omaggi nascosti a Cohen, a Jagger a Knopfler, anche se lo sembrano, non sono canzoni d’amore. Hanno l’aspetto di confetti ma «sono pastiglie implosive», che lasciano, non tanto l’amaro in bocca, quanto qualche deflagrante consapevolezza. Perché c’è sempre qualcosa che manca: se la morte è il mistero dell’aldilà, l’amore è il grande caos «dell’aldiquà». Mai raggiunto, forse mai concluso, ci si sopravvive con una complessa architettura di escamotage. «Aveva ragione Socrate quando fa dire a Diotima che Eros è figlio della miseria e dell’espediente: ovvero il nome antico per la necessità e la necessità, ricordiamolo, è ciò che muove il mondo».

Quando si parla con Marco Ongaro non si è mai solo in due. Nelle sue frasi infila costanti ricorsi alle parole altrui. Dalle righe della sua bibliografia interiore ha estratto a sorte 21 dei suoi nomi preferiti. Da Roland Barthes a Woody Allen, passando per Karl Kraus e Theodor Adorno. È nata così Guida ai grandi aforisti, uscita lo scorso 29 novembre. Perché scrivere un libro attorno a frasi immediate e semplificatrici? Forse perché sono brevi ma dotate di un respiro lungo. «Per Umberto Eco, il testo è una macchina che suscita interpretazione. Lo sappiamo che la macchina che funziona meglio è la poesia. Ora, l’aforisma diciamo che si mette lì, al confine tra la prosa e la poesia. È un’evocazione di verità». Ha il potere di suggerire e, quindi, di aprire complessità.

Marco Ongaro è convinto che una qualche forma di ascesi si possa trovare anche nella parola, visto che i dandy, per esempio, l’hanno scoperta nella frivolezza. L’ha detto bene nel suo Elogio dello snob (Historica, 2017): all’interno dell’ossessiva esteriorità di allora c’era un moto di ricerca. Laddove tutto era serio e codificato, poteva essere rivoluzionaria solo la squisitezza («che ha nella sua radice etimologica proprio la parola quête, perché è la conclusione della ricerca più alta»). Come per contro, in questi tempi profondamente kitsch secondo l’autore, la ribellione che serve è solo «un’asciuttezza», una precisione anche nel dire. Per «non abbandonarsi a queste immagini con i tramonti che ti arrivano al mattino sul telefono».