C’è Besmir che prepara le petulla, le frittelle di quella madre lasciata un giorno di troppi anni fa, di corsa. Non era nemmeno riuscito a salutarla. Sporcarsi di farina per imbastire una colazione lontana gli permette di argomentare la sua nostalgia che tiene dentro tante cose. Come il ricordo di un viaggio sofferto dall’Albania verso il sogno dell’Italia, i suoi quattordici anni sulla barca per scappare il comunismo.

«Il piatto è un pretesto, è un modo per stare sull’uscio». Mezz’ora in cucina, a spadellare tentativi, e poi le porte si socchiudono. Si riesce a dire quanto è stata dura arrivare dalla Romania e alzarsi ogni mattina con il terrore di dover svolgere un lavoro che non si sopporta. Per Anica è stato tremendo fare la badante, ma non ha avuto molta scelta. Ora si è emancipata, ha una piccola agenzia sua, si occupa di facilitare il disbrigo della burocrazia in Italia per le persone che vengono dall’Europa dell’Est. E lo racconta mentre mescola il suo Tocăniță de pui cu mămăligă, una sorta di spezzatino di pollo.

«Ci sono tante storie di speranze realizzate» ci confida la giornalista Elena Guerra che, insieme ad Alice Silvestri e Erica Tessaro (insegnanti con all’attivo diversi progetti interculturali), ha redatto questa piccola enciclopedia di incontri, «metà ricettario e metà indagine giornalistica». 20 ricette, 20 biografie («anzi 21, l’ultima è Chiara, ragazza veronese che vive all’estero da molti anni, il suo piatto più amato è ruandese»). Tante madri single, una coppia omosessuale, qualche marito. Dalla Turchia al Paraguay, dall’Angola agli Stati Uniti, dal Togo al Giappone: ci sono tutti i continenti.

Ma che sia Anica, Besmir, Sebastian, Ibrahim o Fatiha la domanda rimane per tutti decisiva: cosa si porta con sé quando si lascia il proprio Paese? A volte anche solo «una ricetta del cuore che, grazie al suo sapore, fa sentire a casa ogni volta». Il libro, frutto del lavoro delle tre donne, anime tra l’altro dell’associazione culturale veronetta 129, con il sostegno della piattaforma Cookpad, è accompagnato da un auspicio grande. «Sovvertire i pregiudizi» e farlo prima di tutto stravolgendo lessico e punti di vista «non siamo noi italiani ad “accogliere”, ma loro ad aprirci le porte di casa e a darci un posto a tavola».

All’origine del progetto editoriale c’è, infatti, un vastissimo patrimonio gastronomico e biografico, raccolto in cinque anni di Indovina chi viene a cena?. Sono state 31 le famiglie straniere residenti a Verona che per una sera hanno invitato al loro tavolo sconosciuti desiderosi di conoscerle. L’iniziativa, nata a Torino ma portata avanti con coraggio sul suolo scaligero, ha trovato provvisoria sintesi nel volume che è «una testimonianza di come i sapori siano stati tramandati e abbiano viaggiato attraversando il tempo e lo spazio. Proprio come le persone».

168 pagine di ingredienti («con una particolare attenzione alle varianti vegetariane, vegane e all’aspetto biologico») alternati da pillole di storia sui Paesi per fornire un contesto anche politico alle geografie personali dei protagonisti. Tutto è pervaso da quella «cucina bastarda, meticcia» che descrive Donpasta, il noto food performer, firmando la prefazione. Insomma, una gastronomia memorabile che non può essere recintata in qualche definizione, né sperperata in altrettanti luoghi comuni. Si crea sui pianerottoli del mondo, scambiandosi consigli ora attorno alla curcuma ora sul dosaggio del riso. Chiacchierando si costruisce una comunità, scoprendo che ogni piatto è unico, che «ogni persona è un universo».