È ironica quasi come statuto permanente, Paola. Il compagno, Matteo Bussola, ha appena scritto un libro che arriva fino a lei, «la crepa che mi ha costretto a spostarmi dal mio sé», e Paola, sui social che amministra come praterie perfette per accorciare il suo rapporto con i lettori, racconta il lato quotidiano «del Bussola», come l’ha ribattezzato nella sua fraseologia personale, tra «faide per decidere chi pulisce il bagno», sonni improvvisi davanti ad un film e tre figlie da portare in piscina, senza deroghe.

In mezzo c’è il suo lavoro, quella scrittura che «è viscerale per me». Sceneggiatrice indimenticata tra gli altri anche di Dylan Dog, «che potrebbe essere mio cugino», è una scrittrice «tranchant» e, va da sé, un’indagatrice dell’incubo. Ma è anche mamma di tre bambine «ciascuna in una fase di richiesta diversa», oltre che una «cagnara» convinta («se fosse per me, non ci saremmo fermati a tre cani»). Ama gli horror «ma mi terrorizzano» e così per mitigare la paura li guarda di pomeriggio, mentre stira. Nel suo ultimo romanzo (Io so chi sei, Piemme) c’è la vita di Lena, strozzata dalla morbosa malvagità inflitta e autoinflitta. Ridisegnata dalla precarietà infestante di chi deve costruirsi di nuovo, dopo che il proprio amore, sbagliato e persecutorio, è morto suicida nell’Arno. Le rimane il cane di Saverio, Argo, e un Samsung, infilato nella posta, dove arrivano messaggi strani e crudeli. Compie “da buona” azioni vergognose che increspano gli occhi quando si scoprono tra le righe. Vittima con la quale è impossibile empatizzare, ostaggio di quello che le è successo, si lascia deteriorare da un aguzzino oscuro che allestisce il suo potere sugli angoli irrisolti di tutti.

Lena è insopportabile…

Anche io la odio eppure a molti dei miei lettori ha fatto compassione. Quello che prova non è raro. Quando si cambia per qualcun altro, se questo qualcun altro se ne va, si rimane con il bagaglio sconosciuto di se stessi. Non si sa come fare a tornare quelli di prima che ormai non si è più, ma non si riesce a convivere con quelli che si è adesso e tocca creare una terza versione che è comunque sempre una forma di violenza. Andare a cercarsi è faticosissimo mentre evolvere naturalmente è una cosa che capita a tutti. È terribile svegliarsi al mattino, guardarsi allo specchio e dire: “Dio Santo, chi è quello lì?”.

La “cattività”, con relative conseguenze, è il suo tema prediletto. Le suonerà come un complimento se le dico che nel suo romanzo sembra di stare in gabbia…

Noi della cattività abbiamo sempre un concetto estremo e molto sbagliato. La cattività è anche fare un lavoro che non ti piace, andare tutti i giorni in un ufficio dove non vuoi andare con delle persone con le quali non vuoi stare e dover tenere la parte. Quella è una cattività tremenda, capace di instillare un principio di reazione che poi non si sa bene dove vada a finire. La domanda che mi faccio è una: stare in un luogo a cui non sembrava fossimo destinati, quindi in cattività, cambia (e quanto) la nostra personalità? Io credo che tutti, potenzialmente, possano essere qualsiasi cosa in positivo come in negativo. Ora, sul campo del buono puoi andare allo sbaraglio, chissene frega in che ambito diventi una persona meravigliosa. A me interessa la malvagità, i suoi meccanismi infinitesimali che vanno “a gocce” e poi, come si dice, gutta cavat lapidem (la goccia perfora la pietra, ndr), corrodono. Qual è il punto di non ritorno?  Mi interrogo tanto su questo tema per capire qual è il momento in cui devo iniziare a difendermi. Voglio scoprirlo, in modo da poterlo anche insegnare.

Come si fa in questa realtà che, per certi versi, sembra già un thriller? Dove la malvagità si impasta sui social e per strada.

Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, semplicemente si vede di più perché c’è meno ombra. Oggi la cattiveria viene esibita quando prima era solo malcelata per mille ragioni anche legate all’ educazione sociale, perché “non stava bene” mostrarla. L’essere umano è questa cosa qui, non è fatto per amare i propri simili: ne ama molto pochi e tutti gli altri, potenzialmente, li odia.

Addirittura?

Potrei stare qui fino a domani a fare esempi: le persone acculturate odiano quelle ignoranti, i grammar nazi, in realtà, sono dei “fascisti”, di alto lignaggio, ma pur sempre dei “fascisti”. Oppure, la gente che non tollera i vecchi. Quelli che non sopportano i bambini; ma sapete quanti vanno nei ristoranti solo dopo essersi accertati che non ci siano sale bimbi? E quando arriva un genitore con i figli, li vedi che vanno dritti dal cameriere a protestare. 

Si salvi chi può…

Se uno dovesse domandarsi: “Io da cosa mi guardo? Da un meteorite o da un mio simile?”, la risposta è scontata. Abbiamo la razza umana e “la qualunque altra cosa di fianco”: ma, secondo voi, cosa ci viene contro prima? Obiettivamente, puoi avere il terrore dei leoni, delle vipere, del ragno violino, ma è più facile che ti facciano del male le persone.

È vero che lei, ha paura degli horror?

(Ride, ndr) Mi terrorizzano. Quando ero single seguivo il metodo A: mettevo il film e mandavo avanti la videocassetta a tutta velocità così in 20 minuti avevo visto tutto, mi tranquillizzavo e poi potevo guardarlo normalmente. Adesso ho il metodo B, metto su il film di giorno, con tutte le finestre spalancate, mentre stiro con il televisore laggiù, lontanissimo.

Matteo, il suo compagno, da lei stessa definito “l’antithriller”, cosa dice delle sue passioni e della sua scrittura a tinte fosche?

Lo sa che le cose che scrivo sono tremende, inconcepibili per lui ma, e questo vale per entrambi, non abbiamo mai bisogno di togliere alla scrittura dell’altro per riconoscerlo. Lui è quello che spalanca le braccia al mondo, segugiando il buono. Io sono quella che gli guarda le spalle con il fucile (sorride, ndr).

Eppure, in passato ha ammesso di essere anche una sentimentale…

Certo che lo sono, anche se ho una memoria “loffia”, devo fotografare tutto, annotarmelo. Benedico l’ “Accadde oggi” di Facebook. Matteo, invece, ha una cultura del ricordo, mette delle bandierine ai suoi cambiamenti. Diciamo che, in modi diversi, siamo raccontatori di memorie a noi stessi, in prima battuta, e poi agli altri.

L’ultima memoria collezionata?

Noi non abbiamo delle felicità ridondanti quindi, direi, la faida di stamattina per pulire il bagno. La felicità ha delle sfaccettature immense: bisogna vederle tutte.

Un commento sulle tantissime ammiratrici che seguono Matteo Bussola in ogni libreria italica.

Che dire? Sono io che controllo il fortino.

 

Paola, in breve

Milanese, eppure «fieramente bresciana», tutto per lei inizia quando, un giorno, lascia la casa dei genitori, al guinzaglio con la sua Lana, e gira una casa editrice dopo l’altra con 21 dattiloscritti chiusi in due zaini, lascia un plico anche alla Sergio Bonelli Editore. Dal 1997 è una sceneggiatrice mitica, poi diventata scrittrice ha pubblicato Bilico, Mani nude (vincitore del Premio Scerbanenco), Il filo rosso, Non ti faccio niente e Io so chi sei (il primo titolo di una trilogia). Ha scritto e co-sceneggiato per la Filmmaster la fiction Nel nome del male, con Fabrizio Bentivoglio. Da anni si impegna con l’associazione Mauro Emolo ONLUS che si occupa di persone affette dalla Corea di Huntington e con associazioni per gli animali abbandonati.