«Le cose che mancano, di solito a me mancano per sempre, non le compro mai. Sto tre anni senza colla, dieci senza frullatore, cinque senza cassetta della posta». Questa è Maria, protagonista impacciata nella realtà dei supermercati, delle cene in famiglia, degli amori. È brava nel resto, ovvero «nelle questioni inservibili da menestrello». Il suo argine, il suo controcanto è il dottor Lisi, una maschera di rigidità avvolta da golf blu. Una persona senza sbavature, non cade neppure in errori piccoli come nella selezione delle riviste in sala d’attesa, sul mobiletto fuori dal suo studio di psichiatra.

Maria, ragazza sensibilissima per via (non soltanto) di una madre complessa, si affida a lui, odiandolo e forse amandolo. Nel suo panorama di incontri, il punto fermo, sempre tremante, oltre allo psichiatra, è Lorenzo, un amore che non vuole nascere. Attorno alle icone che i due incarnano, ora carnefici ora salvatori, la scrittrice veronese allestisce tutte le strade che portano all’abbandono. Che riconducono al primo, in realtà. Quello inflitto da una madre distante, intermittente che non le prepara mai il pranzo, che la fa aspettare ore senza mai arrivare, che annuncia fughe alla prima litigata utile. Maria, viste le premesse, si sente diagnosticare a chiare lettere la malattia che abbiamo in tanti, forse che abbiamo tutti: l’ansia da separazione. Quando conosce Lorenzo, tra gli scaffali della libreria dove entrambi lavorano, lo sceglie proprio perché è impossibile. «Serviva una persona sfuggente che insegnasse il distacco e allora ho inventato Lorenzo» spiega l’autrice di Maestoso è l’abbandono (Hacca, 2018).

La copertina del libro

Tentativi, periodi ipotetici dell’irrealtà, tanti baci inutili, una lettera lunga tre pagine mai consegnata «perché per gli addii mi serve tempo». L’adesione alla commozione non vuol dire andare in giro sempre con gli occhi rossi, anzi. Ironia e profondità si alternano in Maestoso è l’abbandono, che è il primo romanzo di Sara Gamberini «ho esordito a 45 anni perché sentivo di avere qualcosa da dire». Laurea in Lettere, anni nell’editoria e poi altri nelle strutture psichiatriche. «Ho avuto varie fasi, ora ne è iniziata un’altra. Il prossimo libro sarà la storia di una mamma e di una figlia che vanno a vivere in un bosco». Lo sa bene che Maestoso è l’abbandono è un romanzo dalla prosa sofisticata, dalla sensibilità lancinante. Lo sa che a qualcuno può non piacere, «ma io so scrivere solo così». Quando scrive asseconda un’urgenza.

«per gli addii mi serve tempo»

«Io penso che l’unica forza che abbiamo è quella di guardare a quello che c’è. Anche dentro di noi». Maria è Sara, Maria siamo noi, incerti sulle tempistiche che ha diritto di prendersi un sentimento, su quanto deve durare una dedizione non corrisposta. Perché mai dovrebbe essere maestoso venir abbandonati? Risponde così bene Gamberini attribuendo al suo personaggio una consapevolezza bellissima: «dopo aver cercato contenimento ovunque, ho ceduto alla mia evanescenza. L’assenza negli anni si è trasformata in una spinta verso la volta celeste». Non c’è redenzione dalla mancanza. Essa stessa è una dissennata redenzione.