«Non si torna più come si era». Lo scrive, lo ammette, senza nostalgie. Maria Teresa Ferrari tiene tra le mani il suo La cura sono io. Per vivere ho bisogno di me. Una novantina di pagine, 12 sezioni o, meglio, «muse» per le altre donne che si trovano a camminare attraverso e oltre il tumore. Duettano con le parole le bellissime illustrazioni, battezzate «disegnopensieri», di Valentina D’Andrea, artista anche lei toccata dalla malattia. «Pratica l’errore», «Coltiva la calma» e, soprattutto «Non me scuccià». Sono alcuni dei capitoli che compongono il manuale-percorso. Suggerimenti appresi sul campo, nelle giornate belle come in quelle nere quando «non hai voglia di alzarti, non ce la fai a lavarti, vestirti e poi ti attendono tutte quelle medicine da ingerire. Una, due, tre, quattro, cinque…». Non si può scrivere come posa, o si trema sul computer o non è niente. E c’è quel tremore nelle righe di Maria Teresa, “Terry” per gli amici, che scava dentro le sue giornate, chiedendo aiuto agli infiniti, amati autori che l’hanno sorretta nei giorni più difficili. Non «è la mia storia, è un manifesto per tutti» precisa la giornalista che, dopo un tumore al seno, nel 2017 ha fondato l’associazione La Cura sono Io, ed è diventata la madre di tantissime iniziative di sensibilizzazione: Il Cuore in Testa, la Spesa Rosa, i cappelli «copripensieri», per dirne alcune. «Non so se rifarei tutto. Non rinnego niente ma non mi piace quello che vedo oggi. Mi sembra che si esibisca troppo. Ci vuole pudore». Il pudore della malattia, del suo dopo. Ci sono nudità private che vanno raccontate solo tacendole. Una reticenza che tutela «quell’intimità legata al nostro corpo, alla percezione di un confine che non va violato»: questo chiede Ferrari di fronte alle strumentalizzazioni mediatiche che riducono, banalizzando, la complessità di un viaggio difficile, personale, comunque – nonostante sollievi e confronti – solitario. «Può essere vissuto come opportunità», ma nessuno deve giudicare come ci si rapporta con i diversi tempi del tumore, come si risponde «a questo ospite inatteso».

«Ogni donna vive questo percorso con le risorse che ha, ma esiste un momento uguale per tutte. Il momento in cui la malattia è alle spalle, l’abbiamo superata, abbiamo concluso il ciclo delle terapie e ci avviamo alla normalità alla quotidianità, alla vita di sempre. Questo passaggio ha dentro tutto, paura, fragilità, forza, speranza, luce, rinascita, gioia» spiega Valentina che, come Maria Teresa ha attraversato il dopo, affidandosi alla creatività. Quel fare creativo che è scrittura, disegno ma che trova pure forme altre, non per forza legate al talento e all’arte. Si può cominciare questa rivoluzione dolce verso se stessi anche cucinando una torta di mele, mettendosi un rossetto, abbracciando forte quello che rimane di noi davanti allo specchio del bagno. «Il libro è uscito da cinque giorni (il 15 ottobre scorso la presentazione a Verona, ndr) e sto ricevendo tanti messaggi bellissimi. Passo il tempo commossa». «La Cura sono Io» è il titolo di tutto. L’hashtag che ha guidato le campagne, che ha battezzato l’associazione, che ha permesso a Maria Teresa Ferrari di vivere sempre pienamente, nonostante il soffitto bianco con le luci al neon dell’ospedale. Cita Emily Dickinson, Eliana Liotta nel concludere la prefazione al libro (dove trova spazio anche un contributo di Eugenio Borgna) e coglie il significato profondo di questo volume che raggiunge tutti, malati e non. «L’acqua è insegnata dalla sete, la gioia, dal dolore. La pace, dai racconti di battaglia».