Foto di Lorenzo Mirandola

Di Corrado Passi, scrittore

Scoprire il silenzio, senza preavviso, è innaturale. Oggi, ascolti il silenzio come faresti con le parole, sapendo che ti sta dicendo qualcosa di nuovo, inatteso. Cape Town giace sotto il cielo ardente di un tramonto autunnale e tu l’ascolti, e ti chiedi se davvero è cambiata, la città, e con essa la sua gente, i suoi sorrisi; se un’epidemia possa trasfigurare il volto di chi abita la Mother City, allontanando l’abbraccio di una Montagna che accoglie tutti i viandanti del mondo. Non puoi vedere, ora, i sorrisi delle persone, nè la potenza dell’oceano che assalta la strada costiera, la sera, mentre la foschia fa tremare la luce sulla baia. Sono stati, i primi cinquantasette giorni di isolamento, un infinito piano-sequenza.

Questa distanza dalla gente diviene, a poco a poco, una cifra incalcolabile, una misura paradossale: siamo, ora, così lontani e così vicini gli uni agli altri, e tutti in perenne ascolto. Un Sudafrica unito, compatto. Qui, di fronte all’Antartide, il silenzio ti ha sempre accompagnato annullando il resto. È silenzio di vento e di nuvole a rincorrersi, di roccia e di deserto; della Natura che domina downtown e le autostrade. Lo ascolti, e non è mai immobile, mai inerte. «Mi intristisce, pensare alle strade vuote», mi sussurra Daisy. «Vuote di persone, intendo dire», e la sua postilla finale sembra un respiro.

Guardano il cielo, lei e i suoi occhi profondi, e provo anch’io a immaginare la città di Bouganvillea e Jacaranda in fiore che, pochi mesi fa, accompagnavano la nostra discesa in automobile lungo Kloof Nek. Ci azzeravano, quei colori, e noi si scompariva, per un attimo, così come accade oggi per questa malattia arrivata all’improvviso fin qui, dove la terra australe disegna la sua fine. Da queste parti, non esisti davvero, nè vali più di questi refoli di vento che ti parlano in silenzio. Non si è mai come prima, qui a Cape Town. Si rinasce, ogni giorno, mentre il cielo, venato di rosa, si appoggia sulla terra scura.