Dalle loro colonne dal 1931 si scrive di tutto ma soprattutto della famiglia, «cenerentola delle politiche sociali» che annaspa in tempi di «cultura del provvisorio». Dirige il settimanale da qualche mese, il veronese Don Antonio Rizzolo e, ogni giorno, pratica il giornalismo cristianamente, che per lui vuol dire semplicemente farlo «seriamente».

Negarsi storie facili, per scegliere storie naturali. Toni pacati per sfidare l’era della post-verità. E soprattutto, non solo «preti e suore» ma un giornale che «forma e informa». Agli increduli bastano alcune copertine audaci e indigeste al bigottismo di superficie per convincersi. Don Antonio Rizzolo continuerà il sentiero editoriale, per certi versi temerario, del direttore di ieri, Don Sciortino. Un compito non semplice, il suo, visto che, stando a Papa Francesco, il bravo giornalista deve essere prima di tutto «artefice di riconciliazioni».

Famiglia Cristiana, perché leggerla?
Il nome è una carta d’identità. Ma posso garantire sullo sguardo ampio. Anche se il Santo Padre in copertina ci sta bene, noi scriviamo di tutto quello che interessa alla gente. Le storie di bene sono tante e fanno notizia.

Ad essere decisamente notiziabile è il Papa Francesco. A volte viene frainteso e strumentalizzato, come l’intervista con Scalfari, dove sono uscite dichiarazioni piuttosto eterodosse…
Il Papa è ben cosciente di quello che fa e di quello che dice. Segue la via del Vangelo, magari non in maniera teologicamente perfetta, per avvicinarsi alla gente comune. La sua è una lezione di essenzialità che, malgrado l’attuale cultura del provvisorio dica il contrario, legittima quel desiderio di felicità che tutti hanno nel cuore. Lui accetta di correre il rischio di essere anche frainteso per un bene maggiore.

Da giornalista ha il polso dell’attualità. Cosa si deve temere oggi più di ieri?
I pericoli invisibili come l’uccisione facile del web. Quel ritorno alla piazza che fa da giudice aldilà delle giurie. Bisogna sempre tenere presente che la folla ha condannato Gesù e liberato Barabba. Le conquiste civili non possono essere compromesse e ridiscusse dalla rabbia da tastiera.

Qualche speranza?
Tutte quelle persone buone che tengono in piedi questo nostro Paese. E sono tante.

In tempi di aggressione digitale, lei crede ancora nell’editoria cartacea?
La rivista da sfogliare è qualcosa di personale, i contenuti dispersi nel web invece sono di tutti e di nessuno. Certamente l’editoria è in crisi. Ma questo vale anche per il mondo digitale. Il problema è nato in partenza quando si è immaginato internet come una grande vetrina per mettere in mostra i propri prodotti, dando per scontato che i lettori avrebbero continuato a comprarli.

 

Colloqui con il padre è la rubrica storica di Famiglia Cristiana. Forse, uno tra i passaggi di consegna più gravosi con il suo predecessore, don Antonio Sciortino.

Ancora prima di prendere il suo posto, aiutavo Don Antonio (Sciortino è stato direttore responsabile dal 1999, ndr) nella selezione delle missive dei lettori. Mi ha sempre commosso la solitudine delle persone, che riescono ad affidare solo alla carta. Uno sfogo che aiuta anche chi li ascolta: oggi c’è assoluto bisogno di vicinanza. Mi colpiscono molto anche quelle bontà nascoste che sono patrimonio di tutti. Ci sono dei santi sconosciuti in quei pezzi di carta.

Veniamo a lei. Prima giornalista o prima uomo di Dio? Sono entrambe vocazioni.
Non ha avuto l’illuminazione sulla via di Damasco. La mia storia è stata piuttosto una via illuminata man mano. Diciamolo con una metafora: l’erba germoglia senza che nessuno se ne accorga, eppure alla fine la si trova cresciuta. Del bambino solitario con in mano il giornalino fatto sul tavolo della cucina, rimane l’amore per i giornali che pratico ogni giorno nella Congregazione paolina.

I pensieri brevi del giornalista e i pensieri lunghi della preghiera. Riesce a conciliare?
Salto i vespri, qualche volta. Ma non la messa alla mattina. Sono sempre convinto che la miglior preghiera sia fare con amore il proprio mestiere.