Ha cominciato con i nostri  “sogni storti” che sul palcoscenico trovano spazio di provvisoria espressione. Ha nominato Freud, Pasolini, Gadda e poi di nuovo Pasolini. Fabrizio Gifuni, ospite acclamatissimo, anno dopo anno, al Festival della Bellezza, venerdì 1 giugno, al Giardino Giusti, ha continuato ad inanellare suggestioni sull’interrogativo più  pericoloso per un artista, quello che lui stesso conosce e pratica senza deroghe come attore: “Chi di mestiere interpreta, in realtà, recita sempre se stesso?”

Ci ha provato per un po’ a rimanere sul filone che avrebbe dovuto affrontare, a dare una sorta di risposta a quella domanda: “Se l’attore fa il personaggio, chi fa l’attore?”. Dalla sua aveva anche il titolo della serata che perimetrava, o avrebbe dovuto perimetrare il tutto in Scena e retroscena di Freud a teatro. Ma Fabrizio Gifuni è entrato e uscito dal tema con la destrezza retorica di chi maneggia voci, storie, personaggi. E lo fa da anni e senza sosta.  D’altronde, come ha ricordato subito scrivendo la premessa della chiacchierata condotta da Alessandra Zecchini, Gifuni è convinto, per esperienza, che  “se giochi seriamente il gioco del teatro, finisci con il rovistare in tutto quello che sei”.  Perché quando interpreti, dovresti “attingere alla scatola nera” che custodisci nelle pieghe segrete dei tuoi piccoli o grandi drammi.  E, infatti, “uno spettacolo rimane un tentativo disperato di dar rigore ai sogni”, o meglio, lo sforzo di creare una transitoria armonia con tutta  “quell’orchestra di età” che ci suona dentro. Siamo giovani, adolescenti, vecchi sempre in cerca di un’identità. Un miscuglio di consapevolezze e insicurezza: insomma, bambini che camminano con passo adulto, avvolti da un destino, a gradazioni diverse, ma sempre comune: “siamo tutti malati e non guariremo mai”. 

La sua tregua e, insieme, la sua battaglia l’attore romano le trova lì, sul palcoscenico dove porta non solo le opere di tutti, ma, soprattutto, le voci poco ripetute di scrittori come Gadda, Camus, Pasolini, o di grandi statisti come Aldo Moro. “Innamorarsi dei testi”, leggerli ad alta voce è un modo per dare vigore al dialogo tra due corpi altrimenti condannati alla lontananza: quello di chi ha scritto e quello di chi si è trovato a leggere. Un rapporto “corporeo” che lui tenta di recuperare rispolverando pagine troppo eccelse per essere solo lette e mai pronunciate.  Sulla violenza mite della prosa (e della poesia) di Pasolini ha dedicato un’affascinante digressione ricordando lo scrittore spezzato in due, “un prete e un uomo libero, due scuse per non vivere come diceva lui” sopraffatto dalla lacerazione, linfa necessaria della sua scrittura giocata sul confine di ogni contrasto “il buio e la luce, la violenza e la mitezza, Dottor Jekyll e Mister Hyde”. Quel Pasolini, insomma, che faceva l’intellettuale di giorno e poi consegnava le sue notti ai ragazzi  delle borgate. Quando Gifuni ne recita i versi cambia volto e postura, trasfigurato dalla “voce che mi scappa fuori”.  Perché “la frantumazione e l’ossessione dell’identità tornano, ogni volta, a commuovermi”. L’attore si è soffermato a lungo anche su Gadda e sulla sua lingua “eversiva e carnale” capace di “farti ridere mentre piangi, di farti piangere mentre ti costringe a ridere”. Parole difficili, rifinite dalle “ferite mortali”, le fenditure dalle quali esce il mondo di dolore che permette la letteratura dello scrittore milanese. Quando leggiamo certe frasi, venute fuori come germogli inconcepibili “da pantani di nevrosi”, dovremmo ringraziare chi le ha scritte, pensare ai dolori che ha tenuto aperti per noi, perché ne cogliessimo la fragile e bellissima luce. In fondo, come Gifuni non finisce di ribadire, incontro, scrittura o spettacolo poco importa, “la voce umana – a certe altezze – rimane un miracolo”.

 

 

Chi è Fabrizio Gifuni: 

Intenso, elegante e magnetico, è tra i più affermati attori di cinema e teatro. Diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, ideatore e interprete di numerosi spettacoli, realizza con Giuseppe Bertolucci il progetto Gadda e Pasolini, antibiografia di una nazione, con gli spettacoli ’Na specie de cadavere lunghissimo; L’Ingegner Gadda va alla guerra o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro (Premio Ubu come miglior spettacolo e miglior attore dell’anno); Gadda e il teatro, un atto sacrale di conoscenza. Registra la lettura di due loro classici: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana e Ragazzi di vita.

Nel 2015 è tra i protagonisti di Lehman Trilogy, per la regia di Luca Ronconi; nel 2016 interpreta Lo straniero, un’intervista impossibile, dal romanzo di Albert Camus. Nel 2018 è protagonista al Piccolo Teatro di Freud o l’interpretazione dei sogni, trasposizione teatrale di Stefano Massini del testo epocale di Freud con la regia di Federico Tiezzi.

Ha recitato in più di trenta film, con alcuni tra i maggiori registi contemporanei: Gianni Amelio (Così ridevano), Marco Tullio Giordana (La meglio gioventù), Andrea Molaioli (La ragazza del lago), Giuseppe Bertolucci (L’amore probabilmente), Marco Bellocchio (Fai bei sogni). Ha interpretato De Gasperi nel film di Liliana Cavani, Basaglia in C’era una volta la città dei matti, Moro in Romanzo di una strage. Nel 2013 è protagonista del film di Paolo Virzì Il capitale umano. “Incarna il personaggio con torva esattezza di sguardi, padronale volgarità di gesti, tuttavia sempre eleganti, mai caricaturale, millimetrico nel passo brutale”. Per l’interpretazione ottiene il David di Donatello e il Nastro d’argento come miglior attore. Tra gli altri premi: Rivelazione europea al Festival di Berlino, il Globo d’oro, Premio De Sica, Premio Flaiano, Premio Fellini, Premio Gian Maria Volonté.