Maria Teresa Ferrari

Non passa il tumore se lo vesti di colori, se copri i segni delle terapie con foulard variopinti. «Perché non si tratta di guarire ma di curarsi».

E una questione di lessico «giusto» per Maria Teresa Ferrari. Il cancro ha trasformato le sue parole che ora si scrivono con una linea di copricapi, o meglio, di “copripensieri”. Per ogni occasione, “Verona in Love” e corsie d’ospedale comprese.

di Miryam Scandola

IDIOZIE, le chiamava Buzzati. E raccomandava di praticarle sempre, perché senza scrittura, senza pittura, senza arte finisce la speranza. Maria Teresa, 52 anni, giornalista veronese esperta da sempre dello scrittore, l’ha preso in parola. E nei corridoi del dolore ha portato la bellezza. L’ha deciso, così, prima di entrare in sala operatoria per un tumore al seno: niente parrucca; se li sarebbe fatti lei i suoi cappelli.

«Sarei partita dalla testa… sì dalla testa, perché è lì che prende vita la volontà di volersi bene, ancora di più quando vivi la sua improvvisa nudità, causata dalle chemio». Neanche li ha guardati quei copricapi impietosi che vendono nei negozi specializzati per i pazienti in terapia. Foulard che invece di nascondere, sembrano gridare quello che manca.

Avvilivano la sua femminilità, compagna fedele della sua vita disegnata dagli eventi culturali, dalle mostre e dalle presentazioni. «Dopo la diagnosi, mi sono armata. Sono andata ad attrezzarmi esteticamente: ho comprato degli occhiali grandi, per nascondere le sopracciglia che avrei perso».

Vedersi bene è importante, sarà retorico ma non è scontato. «Un vestito, un filo di rossetto: tutto poteva aiutarmi perché, quando sei negli ultimi periodi, perdi tutti i connotati. Non sei più né un uomo né una donna; sei solo un malato di cancro. Fin da subito ho cominciato a guardarmi allo specchio e a dirmi: inizio da questa faccia con la mia tavolozza di trucchi».

IL RESTO è già quasi storia:  “Cappelli ad arte”, il nome del progetto, “copriprensieri”, il sottotitolo che non nasconde sotto un turbante la fatica quotidiana della malattia. «Li indossavo nelle stanze di Oncologia» e quanto stridevano all’inizio quelle paillettes con i corridoi grigi.

Ora sono richiesti in tutta Italia, con un e-commerce in partenza e tre regole fisse non negoziabili. Sono in fibra naturali, cotone e bambù, per non irritare la pelle. Hanno un costo accessibile perché, in tempi di chemio, coprirsi la testa non è un lusso. Sono per tutte, malate e non. Perché la rinascita non conosce esclusioni. Tessuti variegati che si fanno volani di questo «discorso allargato» indirizzato a chi soffre, in ogni forma possibile.

Quanto può fare un cappello? «Abbastanza, perché, ormai, me lo dicono in tanti, è diventato un contenitore di valori» racconta ed è sufficiente uno sguardo alla sua pagina facebook seguitissima o al suo blog di speranza seria, per darle ragione.

ANCHE SE  «io sto ancora lottando, non è che sono fresca come una rosa», pensa a tutti, questa donna dalla voce avvolgente che scompone la malattia nei petali di una metafora. Sta scrivendo un libro che si chiamerà con il titolo che governa le sue giornate: “La cura sono io”. Un vademecum che potrebbe diventare anche una app, utile pure a quanti vivono da co-protagonisti la malattia.

Perché è un’arte tutta da imparare quella di stare accanto bene a chi attraversa un tumore. «Le persone si sbizzarriscono nel darti i consigli più strampalati del mondo. Gli amici a volte diventano ossessivi. Mi faceva impazzire il loro bisogno di scendere nei dettagli della malattia».

A volte a fare, davvero, la differenza sono le sciocchezze quotidiane: «un’amica dopo ogni sessione di chemio mi porta a bere una centrifuga. Un’altra mi invita a cena quando cucina il pesce. Io non sono mai stata brava a prepararlo».

Sembrano idiozie. E quanto non lo sono.

Facebook.com/cappelliadarte

mariateresaferrariblog.com

 

Di amore in amore. L’amore, quello giusto, ci insegna a diventare la versione migliore di noi stessi. Maria Teresa non poteva mancare a Verona in Love con il “cappello del cuore”, il premio che riceveranno gli autori dei messaggi più belli. Venduta in una versione più economica anche in città (da Amelia, in Piazza Erbe 33), la nuova linea di copricapi sarà solo l’inizio. «Prenderà il volo perché un simbolo così non può restare solo veronese. Per i prossimi mesi abbiamo in cantiere dei progetti a livello di Oncologia nazionale». Intanto per San Valentino, l’associazione “La cura sono io” ha già in agenda “Amarsi e amare di gusto per essere felici. Le mille facce dell’amore tra autostima, rispetto, cura di sé, azioni e pericolosi inganni”, sabato 11 febbraio, in Piazza Dante, una conversazione imperdibile tra Maria Teresa Ferrari e Valeria Benatti sul sentimento principe che avvolge tutto.

I cappelli, dove e come. In città si trovano da Clary’s in via Stella 5 e presto saranno acquistabili online sul sito «La cura sono io».

Il bene invisibile che serve. Capelli che cadono, unghie che si anneriscono. La sfida di vivere con il cancro passa ogni giorno anche dallo specchio. Sono due le estetiste specializzate a Verona che hanno seguito i corsi Apeo (Associazione professionale di estetica oncologica): Jessica Catone ( jewelestetica@libero.it) e Maria Victoria Bautista (esteticasinergy@gmail.com ). Voci amiche e competenti che consigliano le creme da usare per alleviare le irritazioni, i rimedi naturali per diminuire i fastidi.