Piccola Fraternità

Partendo dall’impegno volontario di un giorno a settimana si arriva alla posa della pietra per la prima casa comunitaria, nel 1994. «Nel 2009 ci costituiamo come Fondazione – racconta Stefano Manara, direttore della Fondazione Piccola Fraternità, mentre nel 2014 abbiamo ampliato ulteriormente i nostri servizi, costruendo una nuova ala della struttura, per dare una migliore risposta agli ospiti residenziali».

La scelta, in questo caso, è quella di costruire l’edificio secondo i dettami della bioedilizia, in un momento storico in cui la sensibilità verso il tema non era ancora largamente diffusa e l’attenzione alle buone pratiche ambientali meno scontata di quanto potrebbe risultare oggi. «È stata una scelta di campo – racconta Manara – fatta con l’architetto Saverio Antonini di Lasa Studio, con la volontà di lanciare un messaggio preciso: il sociale, in quanto dedito alla cura delle persone, non può prescindere dall’attenzione all’ambiente che ci circonda».

Una scelta che è costata fatica, soprattutto perché realizzata in un territorio, e in un momento storico, che hanno imposto alla Fondazione di farsi pioniera di innovazione, aprendo strade inusuali.

«Abbiamo costruito la nuova ala della struttura interamente in legno, ad esclusione delle fondamenta che sono in cemento armato. Perché questa scelta? Perché il legno è sempre un materiale vivo, naturale e riciclabile al 100%, è un regolatore igroscopico ovvero aiuta a mantenere equilibrata la temperatura e il livello di umidità nell’aria ed inoltre riduce i tempi di costruzione. Con l’occasione dei lavori abbiamo anche inserito nel giardino 3 grandi cisterne per il recupero dell’acqua piovana da utilizzare per l’irrigazione. All’interno della struttura non è previsto l’uso del gas e il fabbisogno energetico è soddisfatto da grandi pannelli fotovoltaici; abbiamo, inoltre, predisposto da subito il riscaldamento a pavimento elettrico e non ad acqua per garantire un calore ottimale ed uniforme, riscaldando in tempi rapidi solo gli ambienti desiderati, con la possibilità anche di modulare il riscaldamento in base alla richiesta degli ospiti e abbiamo studiato i serramenti in modo da renderli il più performanti possibile. Dei pannelli frangisole sono stati impiantati anche sulle facciate della struttura, in modo da ridurre del 30% il riscaldamento dei raggi solari sulla parete: in questo modo la casa è più semplice sia da rinfrescare che da riscaldare».

Una scelta lungimirante e non scontata, un grande risparmio, soprattutto negli ultimi tempi, anche in termini di consumi: grazie ai pannelli fotovoltaici, infatti, la struttura è quasi totalmente autonoma. La nuova Piccola Fraternità risulta quindi essere un edificio a basso impatto ambientale dove materiali e tecnologie costruttive sono al servizio della sostenibilità.

Al di là dei servizi già in essere, la Fondazione sta sviluppando progetti di welfare di comunità, per restituire quanto ricevuto in passato e per lavorare a una ricostruzione del concetto stesso di comunità nelle località che ospitano le strutture della Piccola Fraternità. «Siamo nati da chi dopo il lavoro veniva a costruire l’impianto elettrico, la cancellata o posava i pavimenti. Nel contempo – prosegue Manara – il contesto sociale e urbanistico attorno a noi è cambiato e ci rendiamo conto di dover dare alla comunità qualcosa che possa riaggregarla».

Quattro anni fa, ad esempio, è stato lanciato il progetto “Noi&Al”, in collaborazione con il reparto di Neurologia dell’Ospedale di Bussolengo, per fornire sostegno psicologico e formazione ai familiari dei malati di Alzheimer precoce. Per il futuro il focus sarà una costante attenzioni alle fragilità che non trovano risposta in contesti codificati, per evitare ogni forma di solitudine.

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