Artrosi del ginocchio MD CLINIC

La degenerazione del tessuto cartilagineo discale è una delle principali cause di lombalgia, che colpisce sempre più di frequente la popolazione; ma la così detta “lombalgia” al giorno d’oggi è una diagnosi piuttosto vaga ed approssimativa.

Infatti le strutture anatomiche che posso essere causa di dolore sono molteplici: dalla ben nota ernia discale alle meno note sindromi delle faccette articolari, oppure alle più recenti discopatie. Per poter eseguire delle diagnosi sempre più specifiche e mirate esistono delle metodiche radiologiche sempre più precise.

Con gli esami di risonanza magnetica è possibile valutare il grado di degenerazione del tessuto cartilagineo discale, che a causa di sforzi continui e ripetuti nel tempo va via via riassorbendosi, cioè perde progressivamente la sua componente liquida che gli conferisce la tipica caratteristica di elasticità, necessaria per la sua funzione di ammortizzatore.

Per anni la discopatia di grado iniziale è stata trattata con ginnastica posturale in palestra e terapie fisiche, tutte metodiche più che valide e collaudate, ma che non sempre permettono la risoluzione totale della sintomatologia e la guarigione della cartilagine rovinata; con l’andare del tempo la discopatia progredisce fino a dover diventare di pertinenza chirurgica, con soluzioni più o meno invasive che mirano alla fusione del disco intervertebrale.

Negli ultimi anni il mondo ortopedico ha eseguita una forte “virata” verso la biologia cellulare, soprattutto in campo cartilagineo; in quest’ ottica anche nel campo della chirurgia vertebrale si sta aprendo un nuovo mondo. Le persone affette da discopatia iniziale possono “ricaricare con le proprie cellule” i dischi vertebrali, prima appunto che la situazione progredisca in modo irreparabile.

Il procedimento prevede il prelievo di una modica quantità di midollo osseo dalla cresta iliaca, questo viene poi trattato per ottenere un concentrato di cellule mono-nucleate proprie che vengono poi iniettate nello spazio discale degenerato. Il tutto si esegue in sala operatoria in un unico tempo chirurgico della durata di 15 minuti circa, durante il quale il paziente riceve soltanto l’anestesia locale con una lieve sedazione; l’intervento è percutaneo e ben tollerato, la degenza prevista è solo di poche ore e la ripresa delle comuni attività è rapida.

L’artrosi è una patologia degenerativa della cartilagine articolare, struttura che ricopre l’osso a livello delle articolazioni e che consente il movimento in assenza di dolore, diminuendo l’attrito tra le varie strutture interessate. Tale processo è lento e dura molti anni prima che il paziente avverta qualche sintomo. I sintomi variano molto a seconda del grado di compromissione della cartilagine articolare: si può andare da qualche dolore saltuario dopo attività fisica un po’ più intensa di quella normalmente svolta, per arrivare a dolori giornalieri che limitano le normali attività quotidiane, deformazione del ginocchio (varo o valgo), scrosci articolari, limitazione della flessione e/o estensione.

La diagnosi viene eseguita mediante una accurata visita ortopedica e ci si avvale sempre di radiografie del ginocchio in due pose sotto carico, in alcuni casi per approfondimento diagnostico può essere necessaria una risonanza magnetica (RMN).

Essendo una patologia progressivamente degenerativa esistono vari trattamenti che devono essere eseguiti in base alla gravità della patologia. Nelle fasi precoci l’assunzione di farmaci antidolorifici può essere sufficiente per limitare il dolore e può essere associata anche a cicli di infiltrazioni con acido ialuronico (farmaco che ha la capacità di “lubrificare” il ginocchio e rendere più fluido il movimento) o all’assunzione di condroprotettori.

Qualora però si rientri in una fase avanzata della patologia tali trattamenti non sono più sufficienti e si deve essere sottoposti a trattamento chirurgico di protesi parziale o totale del ginocchio.

Tale intervento necessita di un successivo periodo durante il quale il paziente dovrà riacquisire un’autonomia (almeno 30 giorni) coadiuvato da un iter di riabilitazione di durata variabile necessario a prendere nuovamente consapevolezza del funzionamento dell’articolazione ricostruita.