1.800 miliardi sono fermi sui conti correnti degli italiani. A dirlo la recente ricerca ACRI/Ipsos pubblicata in occasione della Giornata Internazionale del Risparmio, lo scorso 21 ottobre. Una massa enorme di liquidità, immobile, evidentemente disponibile per gli imprevisti. 

Vi sono diverse direttrici di analisi, se si vuole ragionare sul Risparmio.

Si risparmia per un motivo oggettivo e uno soggettivo. Si risparmia perché le uscite sono inferiori alle entrate, ma anche perché la predisposizione soggettiva consente di non utilizzare quella differenza per altre spese che renderebbero nullo il saldo.

Non è sufficiente avere un approccio parsimonioso, se le entrate non bastano a coprire le spese, ma non è nemmeno detto che chi ha entrate capienti riesca a risparmiare.

Da questo punto di vista, oggi, l’Italia è spaccata a metà: da un lato chi, avendo ridotto i consumi, è riuscito a mantenere le entrate e ha costruito liquidità disponibile, dall’altro quanti, non avendo entrate, hanno dovuto attingere a risorse “messe da parte” o hanno chiesto prestiti.

Dunque, l’enorme incremento di liquidità sui conti diventa ancora più significativo perché riguarda solo metà delle famiglie italiane e non è giustificato solo dalla predisposizione soggettiva. C’è evidentemente una causa aggiuntiva: la paura.

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L’incertezza per il futuro fa procrastinare le spese non necessarie e ridurre quelle più effimere. Ma porta, inevitabilmente, ad altre decisioni: elenchiamo, qui, le più probabili.

1)   Mantenere i denari sul conto. Così facendo, lo ripetono tutti gli esperti, “verranno mangiati” dall’inflazione che sta salendo sempre di più. Cosa sicuramente vera, ma che non vale solo per la liquidità, come vorrebbero farci credere. L’inflazione riduce il potere di acquisto a prescindere da come sono investiti o non investiti i denari.

2)   Investire in obbligazionario a breve termine. Così facendo, al “costo” inflazione aggiungo i rendimenti negativi di quasi tutti i titoli governativi fino a una certa scadenza.

3)   Investire in obbligazionario a lungo termine. I rendimenti diventano positivi, sia pure di poco, ma i rischi di oscillazione negativa dei prezzi restano altissimi. Al momento l’inflazione non è ancora stata “prezzata” dai rendimenti, ma quando avverrà, i prezzi delle obbligazioni a lungo termine crolleranno. Nessun problema se si conservano le obbligazioni fino a scadenza, ma ne siamo realmente consapevoli?

4)   Investire in azionario. Nel lungo periodo possedere una quota di azioni congrua rispetto al proprio profilo di rischio è sicuramente una cosa da considerare, ma gli attuali valori di mercato risultano eccessivi se paragonati agli utili attesi delle aziende quotate e, questo, aggiunge un rischio notevole di cui spesso non siamo consapevoli.

5)   Investire in qualche strumento che non comprendiamo solo perché ce lo propone la banca. Qui all’inflazione e all’incertezza sui risultati futuri sommiamo incertezza in merito ai costi e al reale comportamento futuro.

Sembrerebbe un vicolo cieco invece dobbiamo solo imparare a ribaltare il problema: non partire dal “cosa” ma dal “fine”. Non ha senso valutare uno strumento finanziario se non sappiamo dove vogliamo che ci porti. Riflettiamo sugli obiettivi, sulle tempistiche che ci possiamo dare e su quanto rischio possiamo complessivamente tollerare. Una volta che abbiamo compreso dove vogliamo andare, possiamo decidere come andarci e quindi con quale strumento.

Spesso la paura di un rischio porta ad esporci a pericoli peggiori senza che ce ne rendiamo conto. Il Risparmio è un valore, preserviamolo.

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