L’interesse nei confronti della tiroide si concretava storicamente nel rilievo del gozzo o, in alternativa, nella diagnostica di disturbi legati a un’iperattività della ghiandola.

In seguito, l’attenzione comune ha teso a porre in relazione scarsa funzione tiroidea e obesità tendendo in un certo senso a deresponsabilizzare i comportamenti alimentari “perché il sovrappeso dipende dalla tiroide che funziona poco”.

Dott. Paolo Pancera
Medico Chirurgo
Specialista in Medicina Interna
Specialista in Endocrinologia
Perfezionato in Patologia
Vascolare ed Ecocolordopplera

Le problematiche tiroidee

Il panorama delle problematiche tiroidee oggi è stato riscritto alla luce della consapevolezza che anche situazioni di minima alterazione funzionale, le cosiddette forme subcliniche, devono essere valutate in ragione dei disturbi che presenta una persona.

È stato infatti dimostrato che condizioni cardiologiche come la fibrillazione atriale possono essere il segno clinico d’esordio di una forma misconosciuta di ipertiroidismo, e per contro forme di ipercolesterolemia di difficile controllo possono rappresentare il segno di una condizione di ipotiroidismo non ancora emersa all’attenzione clinica.

L’esame che permette di solito di discriminare le varie condizioni è la misura del TSH, l’ormone ipofisario che, in parole povere, governa la funzione tiroidea e svolge altresì il ruolo di “sensore” dell’attività ormonale della ghiandola.

Ipertiroidismo e ipotiroidismo


L’ipertiroidismo subclinico, come abbiamo detto, è una comune causa di fibrillazione atriale (circa il 5-10% dei pazienti con ipertiroidismo vanno in contro a fibrillazione atriale, specialmente se anziani), mentre l’ipotiroidismo è una causa riconosciuta di dislipidemia e rabdomiolisi (aumenta il colesterolo, aumenta la CPK), oltre a rappresentare una condizione potenzialmente correggibile di osteoporosi. Sia l’ipertiroidismo che l’ipotiroidismo possono essere causa di alterazioni mestruali ed ipofertilità.

Le alterazioni della funzione tiroidea spesso sono legate alla presenza di cosiddetti autoanticorpi ovvero anticorpi che l’organismo in una situazione di alterata risposta immunitaria, produce nei confronti di strutture proprie. È una situazione che spazia in un amplissimo ambito di patologie tra le quali le tiroiditi sono fra le più comuni, ma anche ad esempio diabete mellito di tipo 1 o vitiligine o intolleranza al glutine.

Gli effetti dei farmaci sulla tiroide

Importante considerare gli effetti che alcuni farmaci possono esercitare sull’attività tiroidea. Tutti i pazienti che necessitano di terapia con amiodarone devono essere valutati per la funzione tiroidea prima dell’inizio della stessa e quindi routinariamente ogni 6 mesi, fino ad un anno dopo l’interruzione dell’amiodarone. Parimenti i pazienti da porre in terapia con litio devono essere studiati prima dell’inizio e quindi ogni 6-12 mesi per tutto il tempo del trattamento.

Per la complessità della patologia è suggerito quindi rivolgersi ad uno specialista che sarà in grado di valutare accuratamente e successivamente proporre la terapia più mirata.