L’aria stasera mi fa vibrare la pelle. Osservo i colori della campagna che lentamente si spengono davanti a me, a noi, mentre poggiamo la testa sullo schienale della poltrona e cerchiamo di catturare il rumore un tempo impercettibile del pipistrello, il suo sbattere d’ali che segna nuovi ritmi. Come lui oggi ho visto volare le rondini. Non se ne vedevano da tempo. E forse noi non avremmo comunque avuto il tempo di vederle. Quanto ci siamo persi, gli uni con gli altri. 

In questa dimensione ritrovata di vicinato ci sono anche le lunghe chiacchierate con chi prima c’erano solo due parole veloci. Estranei che diventano piacevoli conoscenti, solo perché ora li sai vedere. 

Allungo le gambe sul tavolino, vorrei riposarle dopo la camminata di oggi. La faccio tutti i giorni, mi sono creato un percorso di qualche km nel mio boschetto vicino casa. Non ho mai perso l’occasione di camminare, neanche quando andavo in ufficio. Mi piace molto, ma almeno ora anziché nella grigia zona industriale mi immergo nella natura, simbolo di ciò che è incontaminato. 

Perché non la rispettiamo? Perché, mi chiedo, dobbiamo farci del male?

Non credo che la quarantena abbia cambiato qualcosa. All’inizio ero fiducioso, pensavo che ci avrebbe resi migliori, più responsabili e attenti. E soprattutto speravo che capissimo che non siamo immortali, che basta poco, pochissimo, per metterci in ginocchio. Ma non ho fatto i conti con la stessa rapidità che abbiamo nel dimenticare quel poco di buono imparato. Tornerà tutto come prima, e forse peggio. 

Dal canto mio, però, farò in modo di gestire ancora gli spazi che ho riscoperto. Tutti facciamo errori nella vita, ma c’è sempre tempo per recuperare. Allora darò più peso alle cose importanti, rallentando, mentre la vita proverà ancora a trascinarmi. 

Penso alla parabola che ho vissuto, e che si è tracciata dagli anni Cinquanta ad oggi, dal progressivo benessere, toccando l’apice di un meccanismo infernale, fino a ridiscendere all’improvvisa calma del lockdown, che in qualche modo mi fa tornare all’infanzia. 

Ci sono tornato spesso in questi anni, da quando ho iniziato a scrivere libri. Mai in modo nostalgico, ma sempre per recuperare i valori di un tempo, legati alla terra, a una vita semplice e lenta, a quel mondo contadino che ci ammonisce sempre. Quel mondo dove il contadino coltiva il sacro, la terra donata, e restituisce al sacro i suoi frutti. Non c’è bellezza più bella, di un frutto che illumina il nostro quotidiano. 

Proprio in questi mesi ho cominciato a scrivere un nuovo libro sulla mia famiglia tra Otto e Novecento, per non dimenticare tutto questo. E per domandarmi e domandarci ancora: oggi qual è il nostro frutto? Cosa stiamo coltivando? 

Mentre penso, il vento inatteso viene a farci visita, sembra sia preludio di tempesta. Dai, Nicoletta, ritiriamo di fretta le lenzuola. Tu porta in casa la tovaglia, io chiudo l’ombrellone. Accidenti però, che forza il nostro ospite di stasera!

Farà sorridere la coincidenza, ma dopotutto questo tempo strano l’ho vissuto all’età di 6 anni. C’era l’asiatica, allora, che aveva messo in ginocchio il mondo, come oggi, ed io e mio padre l’avevamo presa. 

Ho ancora ben chiara l’immagine di me alla finestra di casa mentre fuori una bufera di neve imbiancava la terra. E il terrore di quando mia zia Norma arrivava a casa per la puntura, con quell’ago spesso che oggi farebbe rabbrividire chiunque. 

Eravamo in casa, mentre fuori le voci giravano, ma sottovoce. Ah quello ha l’asiatica, si sussurrava, quasi si tradisse altrimenti un patto di comunità. E finiva lì. Oggi il delirio dei social rende tutto diverso, “hanno sdoganato il cretino medio”, diceva Umberto Eco. Anche la tv fa la sua parte, mentre al tempo non c’era neanche questa, non c’era nulla, se non la pazienza e l’umiltà dell’attesa. 

Ora mi piace attendere il mio turno fuori dal negozietto del paese. Tutti in fila, tranquilli, a scambiare due parole con quello davanti a te che non conosci. Dimensione umana, in un angolo dietro casa. Chissà perché andiamo sempre a cercarci cose lontane e magari più sterili. Sicuramente più caotiche e affollate. Sono le piccole realtà ad averci salvato in questo periodo, e dovremmo continuare a sostenerle.

Non sarà facile la ripresa, per nessuno. Noi con la nostra ditta abbiamo lavorato al 40% del “normale”, con qualche manutenzione. Non sappiamo cosa ci aspetterà. Lo vedremo solo tra qualche mese.

Guarda Nicoletta, guarda laggiù!

Le nubi si stanno organizzando all’orizzonte, là oltre la siepe. Il nero si fa ancora più scuro, mentre la luna tenta di farsi largo, aiutata dal vento che lentamente se ne va di casa.

Arriverà il temporale? Chissà.

Intanto ci viviamo il silenzio e la quiete. Domani si vedrà.