A casa degli altri, Giulia

Finalmente si può uscire! Ma come finalmente? Oddio, ma Andrea vuoi che andiamo dai miei a fare la grigliata? Tranquilla Giulia, non dobbiamo fare niente. Sì è vero, non dobbiamo fare niente. Non dobbiamo proprio niente. Questo me lo devo ricordare.

È quello che ho imparato in questa lunga quarantena, che poi è stata quarantena per modo di dire, visto che è andata oltre i 40 giorni. Stravolgimento di vite, stravolgimento di numeri. Dopotutto 40 non è più 40… Anche a me ora qualche conto non torna più. Ero convinta che 2+2 facesse 4, ma non lo credo più.

Ora sono sicura che faccia 3.

Mamma perché mi stai fissando? Perché, mi chiedi amore mio? Perché tu mi insegni. Cosa mamma, la matematica? Sì beh, su quella sto avendo molti dubbi effettivamente.

Ma no, cara Mia, guardo te per imparare a stare al mondo. Ti guardo mentre ti aggiri vorticando per la casa. Ti guardo nei tuoi modi di sorprendermi sempre.

Come quel giorno. Mia, oggi c’è la call con la scuola. Io mi metto nell’altra stanza che mi devo collegare come te. Tranquilla mamma. Poi la videocamera non funziona e ti trovo a fianco a me con la banana in mano. Ma sì mamma tanto non mi vedono mangiare. E io che stavo a preoccuparmi, e pensavo ti dispiacesse non essere vista!

Io ti guardo, però, ora posso farlo tutti i secondi, i minuti, le ore che voglio, e ti guardo nella tua saggezza.

Come quel giorno. Senti Andrea, io non so cosa dire a questi due che litigano, cosa posso fare? Mamma, ma sono adulti, se la cavano da soli.

Ti guardo, sì ti guardo, accidenti, perché mi dai fiato!

Poi ora ne ho quanto mai bisogno, di fiato, visti i chili accumulati! Un vero tour de force familiare… Cosa si mangia oggi? È la prima frase che pronunciamo coralmente la mattina ancora con la bocca impastata. Ci siamo sbizzarriti ormai con tutto, che ormai anche i nostri cani belli e snelli sono ingrassati a furia di guardarci mangiare!

Quindi mamma che facciamo oggi? Giochiamo? Cuciniamo? Dai vada per Monopoli.

Ma sì, non mi stancherei mai di stare con voi. Avete riempito quel vuoto che all’inizio del lockdown mi minacciava. Quello che siamo soliti delegare agli altri, al di fuori di noi. Scusi mi potrebbe riempire il vaso con quelle belle scarpe? E lei con una cena fuori? E lei con un like? E lei con una passeggiata con i bimbi? E lei con una bella colazione al bar? Quanto ho accumulato, sì, proprio tanto. Tanto da farmi sotterrare da tutto. Ma di me lì, in quel vaso, cosa c’era?

Quando ho chiuso la porta di casa quell’11 marzo mi sono sentita subito mancare qualcosa. Giravo per le stanze come se fossi nel deserto, assettata di relazione sociale; e poi di cos’altro? Guardavo alla finestra in cerca di rifugio, quando il rifugio era alle mie spalle. Poi lentamente ho capito. Forse l’avevo già cominciato a capire prima, qualche mese fa, quel giorno in cui ho preso il telefono e ho messo ordine al dolore. A modo mio, senza rendere conto a nessuno. E ho festeggiato Pietro, il suo decimo compleanno.

Ora ne ho la piena consapevolezza. Da quel giorno Pietro è diventato ognuno di noi, e siamo diventati 4 in 3, e non più 4 meno 1.

Il suo nome ha assunto quel senso che ognuno di noi cerca per sé in tutta la sua vita. Quando desideri ardentemente che il tuo nome non sia perso nell’oblio e rimanga immortale. E cerchi il modo per non sparire, la pozione magica che ti faccia vivere per sempre, ma spesso cerchi male, cerchi quello che non è importante, cerchi lontano. Poi ti accorgi che è lì dietro di te, cioè dentro di te, perché è la tua famiglia.

A casa degli altri, Giulia

Mamma allora muovi la pedina?

Sì Mia, hai ragione. Uffa, l’imprevisto!

E io sarò capace realmente di affrontare una vita imprevedibile? Quella dove lasci andare, senza il controllo ossessivo. Quella dove hai la libertà di essere la tua sensibilità, senza condizionamenti, senza giudizi, senza dovere qualcosa a qualcuno?

Forse dovrò, dovremo essere capaci di dire di no, per non farci sotterrare. Un no consapevole, come arma per lottare ogni giorno.

Giulia, ci sei? Tira i dadi, tocca a te. Guardo anche te, Andrea. Ti guardo come il primo giorno di 23 anni fa. Ti guardo come ogni momento in cui ti ho cercato come appiglio. Ti guardo, e scuoto i dadi tra le mani, li scuoto tanto.

Mancano solo 3 posizioni all’arrivo. Lascio rotolare i numeri sulla tavola…2, poi…Attenta è caduto! È un altro 2.

Lo guardiamo, ci guardiamo, e ci incrociamo, tutti e tre.

Un sorriso arriva sincero a farci visita.

Evvai, ho vinto!

Abbiamo vinto, mamma. Abbiamo.

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