Driin driin! Finalmente il suono tanto atteso. È reale…ma sono sicuro lo sia? A quale realtà appartiene? Forse a una diversa, sì, proprio a ‘quella che doveva essere’. E ora, in quale realtà mi trovo?

C’è una sola cosa che è rimasta invariata nella mia attuale vita. Le notifiche del cellulare. Proprio quelle che a qualcuno possono sembrare fastidiose, a me danno un sapore di certezza. La certezza che non sto vivendo la vita di prima.

Non so che ore siano. La luce ha fatto capolino nella mia stanza, e mi costringe al risveglio. Ho fatto tardi ieri sera, come sempre mi verrebbe da dire, ma non per lo stesso motivo. Non ero dietro le quinte di un palco, tantomeno a smontare le scenografie di uno spettacolo. Ero comodamente disteso sul mio letto, a guardare l’ennesima serie tv, impigrito nel mio non fare quello che vorrei. Lavorare.

Non essere in giro per il mondo, sul palco del Teatro di Lecce, o in Argentina, nei teatri di Spagna, Romania, Svizzera, non prendere la macchina e farmi i miei 250 km quotidiani, non prendere un aereo e vedere posti nuovi, non vedere gente nuova.

Luca

Il mio presente è il non essere, ma cercando di essere.

Mi sforzo a darmi dei ritmi, a progettare dei lavori che mai avrei pensato di fare. Mi sforzo perché prima avrebbero avuto un sapore diverso.

Vuoi mettere costruire la casa di uno gnomo sapendo che sarebbe servita per uno spettacolo? Vuoi mettere tagliare alberi e siepi sapendo che è il ri(taglio) di un tempo completato dal tuo lavoro, da un lavoro che è passione?

Vuoi mettere l’agire dentro una cornice di senso, dove ogni spazio di tempo che occupi è complementare all’altro?

Ora creo senza una prospettiva. E se è vero che è la prospettiva a muovere la volontà, un senso di pigrizia mi assale. Certo, è sempre un senso, ma io in questo senso non trovo molto senso.

Luca, è pronto a tavola! È l’ora del pranzo. Siamo di nuovo tutti insieme. Famiglia quasi al completo, qui in campagna dalla mamma. Di solito cuciniamo a turno. Oggi è toccato a mio cognato. Poi torniamo alle nostre faccende, ognuno per conto suo, senza troppi programmi collettivi. Anche qui nessuna prospettiva.

Eppure ci deve essere da qualche parte un orizzonte. Ma se anche ci fosse non ne vedrei il colore.

Allora attendo. Lo faccio come tanti del mio settore. Attendo la fine dei contratti per andare in disoccupazione. Attendo che qualcuno dall’alto decida cosa fare di noi.

Per certi aspetti ci siamo anche abituati a questo tipo di situazioni. Siamo lavoratori atipici, abbiamo più datori di lavoro, magari in regioni diverse…Ma ora chi ascoltiamo? Ci costringono a barcamenarci su carte da compilare, che ogni giorno cambiano, e chissà per quanto tempo lo faranno.

E torniamo sempre lì, a quel qualcosa di definito che ora manca.

Chissà quanti di noi supereranno indenni la situazione, quante compagnie, teatri, festival… Chissà cosa vorrà vedere la gente a teatro, quando si tornerà.

Driin driin! Eccola di nuovo! Domani ore 9 Vicenza, Padrenostro dei Babilonia Teatri.

Quello che poteva essere. Magari è questo a definire quel perimetro reale del mio oggi?

A dare valore a quello che faccio, anzi, che mi costringo a fare?

Allora mi ci metto di impegno. Oggi sono arrivate le 400 piantine per l’orto. Intanto mi dedico a questo, perché la sega a nastro non la posso più usare. Ho rotto la lama, accidenti! E per 10 giorni devo sospendere quel barlume di creatività artigianale che mi stava cominciando a prendere. Niente paura, c’è sempre da badare al mio nipotino, o da studiare il catalogo di Netflix,  e perché no, potrei anche superare il 10% di conoscenza di Wikipedia che ormai ho raggiunto!

Rassegnato o meno, mi ritrovo a riempire questo tempo insensato con un senso del tutto nuovo, che non completa nulla di quello che c’era prima.

Sono stato privato di una parte di me, del mio lavoro, della mia passione. E piuttosto di zoppicare, cambio corpo e cammino, in questo folle limbo surreale.

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