Percorro la città, di notte. Poi la percorro di mattina, a volte di pomeriggio. Dipende dai turni. Non era così qualche mese fa. Mi alzavo sempre alla stessa ora, tornavo a casa sempre alla stessa ora, preparavo il pranzo per Marco e Tommaso, ovviamente alla stessa ora, il pomeriggio lo dedicavo a sistemare il materiale del lavoro, e arrivava sera senza tanto trambusto.

A gennaio è stato diverso. Tanto diverso. È accaduto di essere letteralmente catapultata nel mezzo di un divenire caotico.

Ho cercato di trovare il mio spazio, io da ‘ultima arrivata’, mentre i colleghi erano già alle prese con discussioni interne.

Sono nel reparto forse meno felice dell’ospedale. Quello dove si arriva già pensando che non ci sarà un dopo. Qui i pazienti spesso non sono consapevoli della loro condizione. Per questo motivo, quando alla situazione già abbastanza delirante si è aggiunta la fatidica goccia invisibile, il vaso è traboccato, visibilmente.

Nessuna mascherina per non spaventare i pazienti, pochi accorgimenti per evitare il peggio. Ma il peggio è arrivato, inesorabile, e forse evitabile. Molti anziani sono stati portati in altra sede, più della metà degli operatori è rimasta a casa, positiva. Dopo una sorta di ‘selezione’, che forse più che naturale ha tutto l’aspetto di essere stata artificiale, siamo ripartiti con pochi numeri, seguendo tutte le norme di sicurezza, e finalmente respirando.

Non troppo considerando le difficoltà dei famigliari dei pazienti, incapaci all’inizio di comprendere la situazione, pur di vedere il loro caro. Eh ma non mi hanno avvisato, io non torno a casa ora! Io ho diritto di stare qui! E via di questo passo…

Una cosa è certa. Se prima nessuno badava minimamente a mettere a rischio la salute degli altri, e si andava a lavorare anche se ammalati, ma sì prendo una tachipirina e via, ora è auspicabile che questa situazione porti almeno ad accelerare l’educazione sociale in questi termini. Pare fin troppo assurdo che adesso si calcoli pure la gittata di una goccia di saliva, basterebbe solo un po’ di coscienza e rispetto.

Sono le 18, per oggi ho finito. A casa mi rilasserò davanti alla tv con un bel piatto di pop corn. Piccolo patto con mio figlio. Per il resto non so neanche lontanamente cosa sia la reclusione 24 ore in casa. Le ore in cui a casa ci sono, mi rilasso e mi godo pure il giardino che ho sempre trascurato.

Un po’ di riorganizzazione della casa è stata inevitabile, io mi sono presa i miei spazi per evitare il contagio quando ancora non sapevo se ero positiva o meno. Per fortuna la casa è grande e io positiva non lo sono diventata mai.

Credo di avere fatto esperienza della peggiore delle situazioni che potevano capitarmi. Ma ho scelto questo lavoro, seppure difficile, perché è la sintesi per me perfetta tra contatto con le persone e la sofferenza. Porto con me anche il mio bagaglio di counselor. Mi aiuta molto, mi dà gli strumenti soprattutto per una comunicazione adeguata e rispettosa con il paziente. Oggi più importante che mai.

Mi ritiro nella mia stanza, nel mio letto singolo, a recuperare la morbidezza del tempo. Mi chiedo se tutto quello che sta accadendo non abbia dei “giochi” sottesi che noi non conosciamo.

Ho tante domande aperte. E non trovo nessuna risposta fuori dal coro.

Si vedrà tra anni, probabilmente, quando saranno le conseguenze reali e concrete a parlare.

Intanto mi abbandono ai sogni, che saranno tutti da riformulare e da ricostruire. In fondo, però, quello che ho sempre sognato, quel desiderio di vicinanza a chi soffre, lo sto già vivendo. E forse va bene così.

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