Li seguo con la minuzia dell’occhio attento. Li sbircio dietro l’angolo. Ridono, si fanno le smorfie, si dicono cose. In quell’istante, sdraiati su quel lembo di prato verde, li catturo con perfetta maestria. Fatto, presi!

E ancora una volta, e ancora un’altra volta.

Mamma vieni qui anche tu! Basta fare foto, mamma!

Questa volta è il suo sguardo che cattura me, e sono subito sua.

Non ho ricordi di un tempo lento, a casa, di cogliere attimi di vita familiare, sistemarli con cura in una vaso e vederli fiorire. Coltivarli, e contemplarli, come è proprio la radice della cultura.

Ho passato gli ultimi anni a organizzarla la cultura. A faticare per piantare dei semi nel campo, per poi vederli un giorno crescere, germogliare e diventare frutti. Non importa se sarò ancora io o qualcun altro il proprietario di quel campo, anzi, a dire il vero non lo sono mai stata e mai lo sarò. Io di quel campo voglio essere solo il contadino che si sporca le mani.

Bene ragazzi, ora la mamma va a sistemare gli armadi. Salgo in camera, Pepper, il mio fedelissimo, mi segue, come mai mi ha seguito prima. Anche lui ha sempre sofferto la mia assenza, e ora non sembra più lui. Non combina guai in giro per la casa, non scappa più fuori di casa, rimane solo qui con me, e basta.

Tiro fuori i vestiti, pesanti e leggeri, tutte queste magliette, mi andranno ancora? Mi sa che qualche chilo l’ho preso, dopotutto ogni giorno mi tocca lottare tra piatti irresistibili preparati da Albi e l’ora di cyclette che mi impongo di fare, perché son proprio pigra, si sa! Devo ammettere però che ho provato di nuovo il beneficio di sudare.

Sudare, faticando. Prima era solo fatica, asciutta, così arida da non farmi sentire neanche la sete. Correvo ai 100 km all’ora, sempre attenta che intorno non mi sfuggisse niente, via come un lampo, correvo correvo, flaggavo la lista del ‘to do’, e via ancora imperterrita, è successo questo, è successo quello, incastro qui, metto lì, devo fare questo e poi quello, anche l’aperitivo devo fare, ma anche mangiare devo, ma forse anche ridere, devo, e non dirmi che devo comprare anche quel vestito, devo proprio? E via di corsa. E con me un sacco di gente. Mica mi sentivo sola, affatto! Alla gara abbiamo sempre partecipato in tanti, tantissimi. Onestamente con i tempi non me la cavavo neanche male. Stop!

Quando quel 10 marzo è arrivata la prima ordinanza del blocco totale, sono rimasta con il fiatone a guardare quel cartello. Stop. Che cos’è? Mi sono voltata in cerca di aiuto, scusi, lei sa dirmi cosa significa? Uno mi ha fatto cenno di sedermi, un altro mi ha gentilmente allungato una borraccia di acqua, una signora addirittura un panno, ma lei non poteva sapere che io non sudo. Chissà che faccia devo avere avuto. I piedi mi fregavano ancora, e proprio in quell’istante è passato Albi e mi ha portato a casa. Siamo stati in silenzio, seduti fianco a fianco in macchina, è bastato un sguardo di intesa. Non provarci, mi ha detto, poi basta. Niente.

Chiudo l’ultimo cassetto. Allegra è apparsa sulla porta, con un libro tra le mani, con il tricolore. Dai amore mio, siediti sul letto, leggimi. Dunque, nel 1945 dopo una lunga lotta per la resistenza ci fu la Liberazione dell’Italia, e l’anno dopo gli italiani scelsero con un referendum la Repubblica al posto della monarchia.

Mamma, ma cos’è la monarchia? Letteralmente significa governo di uno solo. E decide proprio tutto da solo quel signore? Può succedere Ally, quando alcune persone si appropriano di quello che non è loro, la nostra libertà.

Quindi mamma è importante lottare per la libertà?

Mi fermo, mi lascio pervadere da quelle parole che in pochi secondi sono diventate senso di vita. La guardo, e mentre una scintilla di bellezza apre varchi fecondi tra me e lei, mi sento assalire da un dubbio atroce. Ho spento il forno? La torta Ally, vai a vedere! L’ avrò bruciata di sicuro! L’unica cosa che mi sono messa a cucinare, accidenti. No, non fa proprio per me. Alla torta non gliene importa proprio niente dei miei sguardi sospesi, meglio riprendere in mano l’agenda.

I miei pensieri si adagiano sulle pagine di nuovo bianche di una vita non più pre-scritta. Vorrei convocare le parole con lentezza per disegnare il mio futuro, fatto di me, di Allegra e Alberto, delle persone che porto nel cuore, e di un mondo migliore per il quale mi batterò sempre.

Silvia, il tuo cellulare suona! Ma dove l’ho lasciato? Strano è sempre con me, che per poco non lo infilo pure nella torta. Ciao Serena, sì ti avevo chiamato io, volevo sapere come stai, è da secoli che non ci sentiamo. Ma dai! Sono proprio felice.

Sì, sono felice per te, amica, sono felice per tutte le persone che ho sentito in questo periodo. Ben ritrovate.

Mentre parlo mi porto di nuovo fuori in giardino. È il mio nuovo ufficio. Smart working, studio e approfondimenti. Qui mi piace perché quando sono stanca lascio andare libero lo sguardo davanti a me, oltre la siepe. Lo lascio viaggiare, senza più l’angoscia del ritorno. Mi gusto il presente, e quando si tornerà voglio portare con me in valigia le cose scelte con cura, dove serve cuore e pancia, quel tessuto ancestrale da indossare tutti i giorni. Ne ho fatto esperienza, e il suo ricordo mi basta per sentirne la mancanza e quindi il bisogno.

Silvia, esco a fare la spesa! Ok Albi, prendi di nuovo il burro, che ci riprovo. Ancora con la torta? Sei proprio testona!

Ma sì, dopotutto questo ritorno al passato, a una vita intorno al focolare non mi dispiace. Per Allegra è certo una possibilità di provare realmente cosa significa la rinuncia, la limitazione di una libertà che comunque era andata oltre la libertà stessa. Potrebbe essere una possibilità anche per noi, rinunciare per vivere meglio. Un ossimoro? No, cultura. Quella per cui continuerò a lottare, sempre.

Silvia, sono tornato! Ma dove sei?

banner-gif
Articolo precedenteLa ristorazione come ricomincerà
Articolo successivoDa mamma a mamma. Elenco semiserio di questi giorni