Ma quando lo specchio mi svela come sono, colpito e disfatto da consunta vecchiaia, leggo al rovescio questo amore di me stesso: sarebbe cosa infame amare quell’io che vedo. Sei tu, il mio vero io, che elogio in vece mia, rinverdendo la mia età col colore dei tuoi anni”.
No! No no, non va bene! No, non così, oppure sì? “Leggo al rovescio questo amore di me stesso“…ma sì certo, è proprio così. Ora è così.
Allora lo dico di nuovo, dai! Voglio tirar fuori l’intenzione, quella rimasta troppo a lungo assopita lì, anzi, qui dentro di me. Voglio sentire vibrare la voce nel petto, sentire la tensione dei muscoli che compiono azioni, scegliere quel passo, poi l’altro, e sentire il palco scricchiolare sotto i piedi. Sentire il respiro del pubblico, che con il silenzio riempie la sala. Sentirmi addosso lo sguardo di occhi attenti, in cui l’attesa sono io. Sguardo che ti avvolge in una carica emotiva e si scarica in ogni gesto pronunciato, in ogni parola compiuta.
Ora sento solo la nostalgia di quel gioco, in-compiuto.
O non sento niente.
Analfabeta emotivo, son diventato. Non per scelta, ma per dovere, perché costretto.
Allora corro, allora scrivo, allora sto con mia figlia, per tenere teso quel filo che altrimenti lentamente si affloscia.
Allora torno a casa.
E mi sono trovato qui, con i miei genitori, in questa cittadina di provincia, che da sempre ambisce a essere altro da sè, quella che non è.
Io sono tornato, invece, per ambire a essere me stesso, me medesimo, completo.
Quindi nella città che non è, io finalmente sono tornato a essere? Interessante, no? Tanto quanto immaginarla uno specchio in cui mi specchio, e dove ci ritrovo il naso storto di Moscarda. Sono diventato, come lui, i Centomila che sono parte di me, quando per anni ho cercato inutilmente di essere Uno, sentendomi Nessuno.
Ci ho messo anni.
Ci serviva un fermo immagine, per fare pace.
L’ho fatto. Ho stretto la mano al mio passato.
Da quando sono qui, da quando sono tornato nella mia città natale, che più che natale ora è diventata pasquale, mi sono rigenerato.
Insomma, sono un Ulisse con il naso storto, che naufraga, come tanti hanno naufragato in questo tempo. E come dice qualcuno, “solo quando si naufraga davvero si trova ciò che si vuole davvero”.
Che cosa ho trovato nella mia Legnago? Cosa ho trovato nella mia camera, quella da cui sono partito?

Nella sospensione che è durata anni, sono cresciuto e maturato. Ho frequentato tante persone diverse, lo faccio da quando sono piccolo, da quando me ne andavo con mio zio a incontrare persone, a respirare aria di spettacolo, e ho capito nel tempo di essere veneto, di provincia. Di essere erede di una visione di purezza e semplicità che mi differenzia molto da chi nasce e cresce in città. Ho capito che queste sono le mie radici, essenziali.

Nonostante tutto. Nonostante prima, quando passavo di qui, da Legnago, tra una tournee e l’altra, fosse tutta un’ansia da prestazione: dover dimostrare alle persone, che non avevano creduto in me, quello che ero.

In realtà non sapevo ancora chi sono.

Ho imparato nel tempo a farmi meno schifo, a non odiarmi, ho imparato ad avvertire sensazioni e sbalzi di umore. Mi sono avvertito, accettato.
In realtà la mia forza non dipende dal dimostrare agli altri, ma dipende da me stesso.

È tutta questione di trovare una sintesi tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere. È una guerra mondiale con se stessi, con lo scopo di trovare un patto di Norimberga.

Questo ho capito, adesso.
Da sempre, invece, ho capito quello che volevo fare, vivere il teatro, e essere il teatro. Ho avuto la fortuna di trasformare la passione nel mio mestiere. Non avrei avuto alternativa. Perché non avrei voluto altro.
E neanche ora ce l’ho, l’alternativa. C’è chi dice che il teatro sparir, che sarà solo online, che bisogna reinventarsi. Che parola terrificante! Reinventare cosa? Io la mia idea di teatro ce l’ho e non la baratto per un virus. È certo che qualcosa della grande macchina dello spettacolo cambierà, ci sarà una sorta di “pulizia”, ma non stravolgimenti nel modo di fare e concepire il teatro.
Pure io non smetterò di parlare della disperazione degli esseri umani, e a riderci sopra. A divertire il pubblico con qualcosa in cui si riconosce e che non cambierà mai, virus o non virus. Anzi, il virus ci ricorda che la vita è fatta di disperazione, è drammatica.
Come è ora per me, più che mai.
Mi hanno tolto la linfa. Sono morto senza fare fatica. Mentre prima morivo ogni sera, privato delle forze che lasciavo giacere sul palco, per risorgere il giorno dopo.
Sono un fantasma che ha vissuto per tre mesi in una città fantasma.
Anzi, in realtà, sono un fantasma rigenerato…il fantasma di un Ulisse con il naso storto, naufragato nella sua Itaca. Chi mi ha riconosciuto?
Con la mascherina, nessuno! No dai, credo quelli che mi conoscono da sempre, o da quando ci siamo conosciuti. Mio padre e mia madre, la mia compagna, mia figlia, gli amici. Io. Finalmente anch’io, insieme a loro.Allora corro, allora scrivo, allora sto con mia figlia. Allora attendo. Ma a cosa rivolgo l’animo? “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?

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