Me lo hanno consegnato tra le braccia, lui così piccolo, tutto rosso in viso e nel corpicino nudo, io con la mascherina, tutto bianco bardato da astronauta. Per fortuna che, preso dal suo pianto di vita, non mi ha guardato. Oltre la mascherina avrebbe intravisto i miei occhi frastornati, miscela opportuna di gioia e stanchezza. 

15 ore passate in sala parto. Marta completamente priva di tutte le forze, che da sole, le sue, hanno fatto quelle di dieci uomini insieme. 

Forza fisica e forza mentale, quella della donna. In grado di non appesantirsi di problemi che in quel momento non sono funzionali alla preservazione di sé e di chi porta in grembo. Ed io, invece, a districarmi tra le preoccupazioni del periodo e il mantenimento di una certa pacatezza. Appena sancito il lockdown mi sono immerso nella letteratura più attenta al mondo del neonato. Tutti dichiaravano il rischio zero, chissà se era verità o bugia, solo per tranquillizzare. 

Inevitabilmente i pensieri si sommavano: se durante il parto fosse venuto un medico da un altro reparto a rischio? Se l’anestesista fosse arrivata dalla terapia intensiva? Il rischio avrebbe potuto crescere. E allora che cosa fare? 

Non volevo, però, agitare Marta. Tergiversavo per conto mio, come nel viaggio in macchina verso l’ospedale dopo le prime avvisaglie, quando Marta parlava, e il getto delle sue parole rimbalzava via dalla mia mente, affollata di pensieri, per disperdersi tra i sedili. 

Primo figlio, prima volta padre. Un senso di impotenza mai provato. Fragilità messa a nudo da ciò che la natura decide. La forza della natura.

Quando siamo entrati in ospedale alle due di notte abbiamo sperimentato tutte le nuove disposizioni per la sicurezza. Quindi prima tampone a Marta e poi cinque ore di attesa per l’esito. Vuole tornare a casa? mi hanno chiesto. No di certo, farmi Legnago-Verona avanti e indietro, no grazie. Allora me ne sono stato in macchina a riposare un po’, nella speranza di recuperare lucidità.

Macché lucidità! Richiamato all’ordine, insieme a Marta sono salito al reparto natalità. Un viaggio in ascensore che per un attimo mi ha fatto sentire Dante nei gironi dell’inferno. Piano 1, terapia intensiva, piano 2, day hospital, piano 3, oncologia pediatrica. Filavano senza pietà, piccoli contraccolpi funesti, che quando abbiamo raggiunto la meta l’alchimia di sensazioni aveva reso il mio cervello ubriaco. 

Niente da fare, nessuna possibilità di sanare la mente nelle ore successive, finché finalmente, alle quattro di notte, Massimo ha deciso che era giunta l’ora di concedersi al mondo. Un mondo strano, come si è finalmente rivelato in questo tempo, in tutte le sue fragilità e incongruenze, potenzialità e contraddizioni.

Quando sono tornato a casa, mi sono guardato allo specchio. Ci ho visto un estraneo, sconvolto nell’aspetto, e rigenerato nel cuore. Qualcosa era cambiato.

Nel pomeriggio sono tornato da Marta per portarle qualcosa da mangiare. Tutto era chiuso, e certe comodità sono venute inevitabilmente a mancare. Due giorni di ospedale sono passati comunque in fretta e dopo le dimissioni ci siamo ritrovati a casa tutti e tre. 

Con la scusa del lockdown ci siamo coccolati da soli per le prime due settimane. Nessuna visita di parenti e amici, e lavoro ridotto, che mi ha permesso di passare più ore a casa.

Ore di tranquillità trascorse tra cucina, che è sempre stata “roba mia”, e campagna intorno a casa. 

Vorrei che Massimo respirasse fin da subito questa dimensione rurale che mi appartiene. Una dimensione lenta, a contatto con la genuinità delle cose, e con la natura pura e cruda. Forse è il segreto per non farsi piegare da ciò che accade e che accadrà nel nostro futuro incerto: riconoscere e rispettare, senza arroganza.

Impara da qui la vera forza, fin da ora, piccolo mio.