I colori dell’autunno sono appassiti, gli alberi hanno liberato le foglie al vento, le giornate tiepide hanno lasciato il posto al rigore dell’inverno che incombe. I giorni scivolano via veloci, compressi in quelle poche ore di luce che ci concede dicembre. E così, quando fuori impera il buio, il freddo, l’immobilità e il silenzio della natura che riposa, le nostre case cercano luminosità e calore. Si accendono i fuochi, crepitanti e scintillanti nelle stufe e nei camini; si iniziano ad aprire armadi e cassettoni polverosi, vetrine e scatoloni da cui esala un inconfondibile odore di Natale. Ricompaiono luci ingarbugliate (chi le ha messe via l’anno scorso doveva essere come minimo ubriaco), palline colorate, gingilli penzolanti di ogni forma e risma, festoni, alberi sbilenchi dai rami raggrinziti, elfi, gnomi, angioletti e altri personaggi misteriosi (chissà come ci sono finiti lì i pupazzetti di Halloween), oltre a qualche oggetto non identificato (la limetta per le unghie, un pezzo di torrone ammuffito, il moncone di una candela che assomiglia alla dentiera del nonno…).

Da un vecchio scatolone spuntano poi le statuine del presepio: un infinito numero di pecore di varie razze e grandezze, pastori e pastorelle di ogni etnia ed epoca storica, case, casette, capanne, pozze, ponti. E poi Maria e Gesù Bambino (ma San Giuseppe dov’è finito? Manca anche il bue. Non si può fare il presepe senza San Giuseppe e il bue. Al posto del bue ci mettiamo una pecorella? Ma sì dai, questa grossa con il muso un po’ abbassato. E al posto di San Giuseppe ci mettiamo uno dei Re Magi, tanto non se ne accorge nessuno). Dopo giorni di costante, testardo e faticoso lavoro, ad un certo punto TAC… La casa è pronta per Natale.

Casa.

Certo perché Natale, da qualche parte, è sinonimo di ritorno a casa. Di ritorno a quella piccola culla nella mangiatoia, che era quella del Bambino Gesù ma che è anche la nostra, quella da cui tutti siamo partiti per iniziare la nostra avventura, e quella in cui magari ci piacerebbe ritornare, al sicuro, protetti, inconsapevoli, colmi di futuro.

A Natale si torna a casa. Sempre. Natale è ritrovare l’abbraccio della mamma e lo sguardo vigile del papà, è tornare a quegli odori, a quei rumori, a quelle voci che rimbombano tra le mura della nostra memoria e che ci ricordano chi siamo, ovunque ci troviamo nel mondo, splendidi o miserabili, vittime o carnefici, forti o deboli, lottatori o vinti. La nostra casa è profondamente dentro di noi e nessuno ce la potrà mai strappare. Nessuno ci potrà mai strappare il tepore dei primi abbracci, il suono delle ninne nanne appese ai nostri sogni di bambini, l’emozione dell’attesa, la notte prima di Santa Lucia o di Babbo Natale, quando ci sembrava che tutto fosse semplicemente magico. Nessuno potrà mai cancellare dentro di noi quella sensazione di essere al posto giusto, di poter gettare le armi, disfare le valigie, abbandonarsi. Nessuno potrà mai distruggere la nostra casa. Né le bombe, né gli insulti, né i confini, né l’odio, né la politica.

Nessuno potrà mai distruggere la nostra casa. Nemmeno quella di chi una casa non ce l’ha più.