Foto di Marco Malvezzi

Terra amata con intermittenza, secondo le mode, la Lessinia aspetta ancora di trovare un’architettura di soluzioni per essere valorizzata senza perdersi nelle ricette solitarie e superficiali di chi la fraintende, di chi la conosce poco o la vive solo la domenica. Turismo lento e valorizzazione dell’altopiano della Lessinia, verso una governance partecipata della destinazione c’è tanto di quello che serve dire sul futuro della montagna nel titolo della tesi di laurea di Alice Ferrari. Voto: 110 su 110. All’università Ca’ Foscari di Venezia, lo scorso 31 ottobre, la 25enne di Velo ha tratteggiato la sua indagine sulle potenzialità turistiche del territorio dal quale proviene e che non vuole lasciare. «La Lessinia è la mia dimensione, le mie radici le sento qua» confida la ragazza. Il carsismo, i fossili e poi ancora «Roverè 1000, la Valle delle Sfingi» per fare qualche rapido esempio delle tante attrazioni naturali. Ad affiancarle il patrimonio di tradizioni cimbre che oggi vengono evocate appena in qualche libro e in sparuti eventi (la Festa del fuoco di Giazza, ndr) senza trovare mai approdo in una narrativa territoriale più ampia. E poi il fascino dell’alpeggio, della transumanza. Il tesoro gastronomico che parla di una vocazione rurale antica. La Lessinia ha un’intrinseca bellezza che ora serve esplicitare per non trasformarla nel deserto di se stessa con lo spettro della spopolazione, con i suoi giovani che fuggono altrove. «Un luogo dove la natura incontra la cultura. Un santuario naturale ancora incontaminato» così Alice descrive la «mia cara Lessinia». Sul turismo e sul suo percepito ha realizzato un questionario sottoposto ad un campione di circa 400 abitanti, 450 turisti e 30 operatori turistici.

Alice Ferrari

Gli esiti delle interviste restituiscono una fotografia se non inedita, di certo utile per capire da dove partire. «Il 62 per cento degli abitanti intervistati conosce abbastanza bene la Lessinia, ma il 96 per cento vorrebbe approfondire la conoscenza, il 70 per cento conosce storie di antiche tradizioni e usanze. Il 51 per cento si è reso disponibile a fare l’accompagnatore turistico, il 40 ad ospitare a casa propria un turista, il 43 è pronto ad offrire un servizio di trasporto» precisa la studentessa. Il risultato che sfata luoghi comuni, ancora e sempre ripetuti? «Il turismo è visto come fenomeno positivo dagli abitanti». Certo, bisogna partire dalla consapevolezza che la Lessinia «è un territorio fragile. Non sarebbe in grado di accogliere flussi massicci». E quindi serve qualificare l’offerta, cesellarla per attrarre la giusta tipologia di utenti. Attualmente chi sceglie di trascorrere le vacanze sull’altopiano lo fa per «clima, ambiente e in secondo luogo per prodotti tipici, cultura ed eventi». Sono tante le seconde case acquistate, negli anni, per questi motivi: i paesi lessinici sono stati sempre il sollievo dalle calure estive per i “forèsti”. Indietro non si torna e oggi le parole chiave sono due: internazionalizzare e segmentare. Gli operatori l’hanno capito e infatti «vogliono approfondire le proprie conoscenze nell’ambito della gestione del turismo e delle lingue straniere». Alla domanda su cosa migliorare, residenti, turisti e operatori sono d’accordo «valorizzare maggiormente i punti di interesse principali e dare più rilievo alle tradizioni e alla cultura».

Foto di Marco Malvezzi

Dagli intenti si sta (finalmente) passando ad una progettualità condivisa. Sintesi ne è Destinazione Lessinia, in attesa di evolvere in quella governance partecipata sempre auspicata, si procede con la rivoluzione dello IAT che da ufficio turistico unico per tutto il territorio deve diventare un content hub della montagna veronese. Nel concreto da cosa partire? «Da progetti di valorizzazione come Alti Pascoli della Lessinia» spiega Alice che lavora a vario titolo sia per Destinazione che per il progetto Alti Pascoli. Piccoli, grandi passi verso una consapevolezza territoriale condivisa tra pubblico e privato, dando spazio di racconto al patrimonio paesaggistico disegnato dalle popolazioni cimbre prima, dagli allevatori oggi. Insomma, educare ed educarsi a un turismo lento. Lavorare con l’esistente, senza ipotizzare soluzioni esasperate che compromettano i lineamenti di una terra indimenticabile perché ancora selvaggia, ancora pura.