Sono da sola, tra le mura. Non sono le mura di casa, sono le mura delle case che mi circondano. Tutti ci sono dentro. Io ci sono fuori.
Quanto è vero che “le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure”.
Io sono trascinata dal desiderio di vedere qualcuno. Lo eravamo tutti.
E sono trattenuta dalla paura di vedere qualcuno. Lo eravamo tutti.
Intanto procedo, in questo dilemma esistenziale, verso la porta di casa, della sua casa. Mentre scendo dalla macchina, prendo il cellulare dalla tasca per annunciare il mio arrivo. Dopo pochi secondi si palesa davanti a me un uomo, riconoscibile solo perché i suoi occhi mi sono familiari. Veniva spesso al bar la sera, a bersi il cicchetto di vino, scambiare due parole e prendersi quei pezzi di serenità serviti al banco.

“Allora fermati lì che ti spiego! Prima io metto qui il sacchetto, poi mi allontano, tu ti avvicini e lasci i soldi a fianco al sacchetto, prendi il sacchetto e torni in casa, mentre io mi avvicino e prendo i soldi. Tutto chiaro no? Ah, Piero, ho anche le sigarette!”.

Siamo rimasti per qualche momento legati dallo sguardo, indecisi sul congedarsi.

Poi ho recuperato tutto il materiale da terra e mi sono immersa di nuovo nel surreale.

“E il tavolino? Non usavi anche il tavolino?”.

Sì quello l’ho introdotto dopo. Insomma ci sono cose che ho affinato con il tempo.

Cioè all’inizio è stato pazzesco!
Era il giovedì sera di metà marzo, forse il 12, e avevo deciso di chiudere del tutto il bar, vista la situazione incerta. E come ho chiuso, ho aperto la giornata successiva con un nuovo lavoro. Sveglia alle 5 del mattino e pulizie fino alle 9. Lavoro perfetto, così da avere il tempo per riorganizzarmi con l’altra attività.

Mentre Conte su tutti i canali mandava direttive di qua e di là, si stava palesando la possibilità dell’asporto. Mi sembrava una buona idea, ma avevo paura di offendere chi in quel momento era in ospedale, per salute o per lavoro. Mi immaginavo già dita puntate, uno sproloquio di parole sui social, invece i miei amici mi hanno incoraggiato: “è il tuo lavoro, fallo!”.

E l’ho fatto. Ho creato una semplice immagine e ho pubblicizzato la cosa. All’inizio vendevo solo birre, poi è uscita la app online per gli ordini, e mi sono allargata agli aperitivi.

Sono ancora meravigliata dalla gratitudine che mi hanno dimostrato fin da subito. Era così tanta la voglia della gente di vedere una faccia diversa dal proprio compare, dal figlio, o da se stessa, che quando arrivavo mi sentivo un supereroe. Mi mancava solo il mantello. Poi le belle giornate aizzavano la sete. “Come avremmo fatto senza di te!” mi dicevano, tra lacrime e sorrisi (ora esagero!).

Ormai è un ricordo, sì. Rimarrà fissato nella mente mia e di molti, moltissimi, direi migliaia, macché, milioni, macché, miliardi di persone. No, non sono andata da così tanti! Però i miei giri li ho fatti. In bici e in macchina, nella città invisibile.

E di giorno in giorno mi affinavo nelle consegne. Dalla carta al bigliettino plastificato, dal messaggino “andrà tutto bene” (che poi non sopportava più nessuno!) allo “sconto 50% quando il bar riaprirà”, dallo spritzt al cockatail serio serio.

A ogni consegna poi corrispondeva una cicca. 10 consegne in un’ora uguale 10 cicche…e su questo non ci pioveva!

No, non pioveva affatto, per fortuna.

Nel frattempo però la mia giornata si stava complicando, la nonna era caduta e aveva bisogno di assistenza. Quindi le mie ore a casa erano…c’erano?

A casa in lockdown? Non so cosa vuol dire. Il mio compagno sì invece. O la va o la spacca, ho pensato subito. Ed è andata, per fortuna. I primi giorni ero preoccupata perché non alzava un braccio dal letto. Doveva recuperare, diceva lui…Lui, tuttofare, si è dato poi alla cucina diventando un bravo risottaro. Niente male! Così tra un risotto e un altro, i pochi momenti a casa li dedicavo agli amici. Ogni giorno una videochiamata di gruppo, un giorno con 4 o 5 butei, un altro con altri 4 o 5… tutti con il desiderio di ricreare il “bar”, quella nostra seconda famiglia di cui ci sentiamo parte.

C’è una cosa nuova però che ho iniziato a fare in quel periodo: coltivare i fiori. Mi è proprio nata la passione! E se penso ai casi della vita…Quando ho riaperto il bar nella fase 2 c’era il problema degli spazi per rispettare il distanziamento. Il proprietario è stato favoloso e mi ha concesso l’utilizzo del giardino. È stata la svolta. Non solo ci ho messo i miei fiori, ovviamente bellissimi e azzeccatissimi, ma ora sto pensando a qualche nuovo progetto per renderlo ancora più vivo e vissuto.

Non so se si capisce, ma mi sento fortunata. Già, finalmente mi sono sentita e mi sento fortunata.

Dicono che la fortuna non si trova, ma si cerca. Forse è così, chissà. Chissà se l’ho cercata nella mia determinazione a non mollare mai, a essere disponibile verso gli altri, a rispettare le regole per gli altri. Eh sì, le regole. Quando penso che i primi giorni di riapertura a maggio giravo con fischiettino e cartellini gialli e rossi! Ne ho espulsi ben due, di clienti. “Vai a casa, ci vediamo domani!”, gli ho detto. Poi piano piano sono diventati tutti educati e bravi. Mi conoscono, sanno che sono rigida, ma sanno che qui, nel mio bar, ci si può sentire sicuri.

“Campari, dove sei? Campari! Vieni qui!”.

Ma dove va a nascondersi quel cane?

“Eccoti! Per fortuna ti ho trovato”.

Ma se non ti avessi cercato…