di Camilla Pisani

Confutata per sempre la teoria del tanto millantato, ma mai accertato, principe azzurro, colui che, in barba anche al più lieve sintomo da Sindrome di Peter Pan, avrebbe giurato amore eterno fin dal primo sguardo, le donne hanno dovuto arrendersi, abbandonare a se stesso l’impavido eroe al galoppo, non tanto per la calza a maglia, quanto per l’effimera presenza, e ammettere l’ineluttabile verità: il segreto di una relazione stabile, sana e costruttiva è forse più fumoso e remoto della leggenda del Sacro Graal. Ma non se ne traggano facili conclusioni, che “non esistono più gli uomini di una volta” è una scusa ormai banale e inappropriata: l’odierna fobia da rapporto serio si inscrive in uno stato di instabilità ben più complesso, dovuto ad una crisi che è al contempo economica, sociale ed emotiva. Talvolta anche psicologica. Insomma, il cliché dell’uomo insensibile non è più valido come capro espiatorio. O, almeno, non da solo.

Perché, se tutto ciò non bastasse, a complicare ulteriormente le cose, c’ è stato il provvidenziale avvento di internet e dei social media che, in pochi anni, sono riusciti a stravolgere i rapporti interpersonali, appiattiti in un legame più virtuale che reale. In altri termini, in mancanza di dialogo e confronto diretto con il partner, le relazioni si fanno sempre più indefinite, e va da sé, travagliate. Ne sono un esempio i drammi vissuti a causa di Whatsapp che, se lui non risponde entro il secondo check, è finita. Gli inconcludenti approcci su Facebook, che solo dopo mesi e mesi di scambio “like” sulle reciproche bacheche, puoi avere qualche realistica speranza che, di lì alla vecchiaia, ti chieda di uscire. E che dire della smodata pratica della comunicazione per emoticon, che, a saperlo, Chomsky si sarebbe dato al burraco da tavolo.

Ma la ferale notizia è un’altra: pare, infatti, che vi sia una diretta corrispondenza tra la precarietà in amore e quella nel lavoro. E, se fosse vero, visti i tempi correnti, la situazione è a di poco tragica. Ad avvalorare questa interpretazione, che chiama in causa giovani incapaci di instaurare rapporti più duraturi dei loro contratti a termine, è uscito anche un libro: Amore ai tempi dello stage. Manuale di sopravvivenza per coppie di precari. L’autrice è Alessia Bottone, 28enne di Verona, che, prendendo ispirazione da esperienze vissute sulla propria pelle, racconta, attraverso aneddoti dal sapore tragicomico, la sua personale, ma largamente condivisa, visione sulle relazioni 2.0. E lo fa suddividendo uomini e donne in categorie caratteriali, come la lei “Crocerossina”, in preda ad un delirio di onnipotenza nella sua convinzione di cambiare il compagno, o il lui “Forsesìforseno”, praticamente il fratello di “Ungiornosìlaltrono”.

Sul banco degli imputati, però, troviamo anche le condizioni di lavoro in cui i figli della crisi si trovano oggi: contratti a progetto, a tempo determinato, a chiamata, stage e tirocini reiterati fino all’età pensionabile (ah no, quello è un concetto ormai utopico). Non stupisce che molti di loro decidano di espatriare in cerca di opportunità migliori, anche chi è in coppia, e deve quindi fare i conti con un rapporto a distanza: è così che, nel suo “Manuale di sopravvivenza”, Bottone ci descrive, con una veridicità tale che potremmo esserne noi i protagonisti, le litigate via Skype tra la donna “Cosavuoichesianosettemilachilometri” e il fidanzato “Tagliamoipontisennòsoffriamo”.

Anche questa è precarietà. Non allarmante come il pensiero di dover arrivare a fine mese senza reddito fisso, ma decisiva nell’aver determinato il paradosso più grande dei nostri tempi: le illimitate possibilità di restare in contatto, grazie ai mezzi di comunicazione, cozzano contro un’incomunicabilità di fondo tra le persone che molto ha a che vedere con il periodo storico che stiamo attraversando. Il perché accada tutto questo si spiega, forse, con il fatto che alla base di un rapporto solido vi debba essere prima di tutto una reciproca fiducia, e che questa si crei soltanto con il tempo e con una profonda conoscenza dell’altro. Ma come si può conoscere una persona quando non si conosce se stessi? E’ proprio qui che entrano in gioco le colpe imputabili alla crisi occupazionale, perché è qui che risiede il reale valore del lavoro. Senza negare l’importanza di avere uno stipendio e una sicurezza economica, la centralità che la professione occupa nella vita di un uomo deriva dalla possibilità di realizzarsi attraverso di essa, di autodefinirsi, dotarsi di un ruolo sociale. La costruzione della propria identità, cioè sapere chi sei e che cosa vuoi, è il punto di partenza per riconoscere e scegliere, con consapevolezza, la persona giusta.