Foto di Max Ramazzin

Damiano Menegolo, classe 1986, potrebbe quasi essere definito un cantastorie. Laureato in Editoria e Giornalismo, originario di Badia Calavena, ha scoperto la profondità del cammino nel 2013, in Spagna, sul Cammino di Santiago di Compostela, un’esperienza che lo ha toccato nel profondo tanto da portarlo a scriverne anche un libro: La Vita in Breve: Le cose che ho raccolto lungo il cammino (di Santiago) (2018). 

Proprio dopo quella importante esperienza, lo scorso anno Damiano ha affrontato il secondo cammino più importante della cristianità, quello che porta a Roma, decidendo però di partire direttamente da Roncà, dove viveva in quel periodo, per raggiungere la capitale a piedi. E così il 9 settembre 2019 si è avventurato in quelli che sono stati 30 giorni, per un totale di 850 chilometri di panorami, conoscenze ed esperienze.

Damiano all’arrivo a Roma

Damiano parte direttamente da casa, zaino in spalla, con l’obiettivo di raggiungere Roma che, ci confida, prima di allora non aveva mai visto. Nella prima settimana di cammino è accompagnato da un’amica, ma poi rimane solo per i restanti 20 giorni seppure sulla ben più frequentata Via Francigena. Decide di raggiungere la Via Francigena anche se, dal Veneto, non è facile e occorre scavalcare gli Appennini e prepara un piccolo piano di viaggio che però non sempre riuscirà a seguire. Nel primo tratto, quello forse più impegnativo, segue la via Romea Strata, un percorso curato nella sua diffusione dalla Diocesi di Vicenza ancora poco frequentato. La Romea Strata, nella sua interezza, collega Lienz con Fucecchio, in Toscana, attraversando il Polesine e appunto gli Appennini. 

CON L’ANDATURA DEI PENSIERI

«Nella prima parte del viaggio, soprattutto nel Polesine, la sensazione è quella del disorientamento – racconta Damiano. – Spesso mi sono ritrovato a camminare lungo gli argini dei canali, in un settembre che sembrava Ferragosto, senza una fontana, una casa, un segno di presenza dell’uomo. Sono dei momenti non facili, dove ti poni delle domande profonde, dove scopri aspetti di te stesso che magari non avevi nemmeno considerato».

Ma lungo il cammino, non c’è solo solitudine. «Ero nei pressi di Modena, nella campagna, senza acqua. Le case erano molto isolate e gli abitanti molto diffidenti, non certo abituati al via vai di pellegrini come avrei poi trovato in Toscana e nel Lazio. Mi sono fermato presso un casolare con due anziani a chiedere un po’ d’acqua, ma avevano solo vino, il “Vino dei Marinai” l’hanno chiamato, perché i canali lì intorno un tempo ero persino navigabili e vi arrivavano barconi direttamente da Venezia».

«Ho scoperto che più ci si avvicina a Roma, più c’è un grande senso di comunità lungo il cammino, e non parlo solo a livello religioso – prosegue Damiano. – A Spilamberto mi hanno ospitato gratis in un B&B, a Campo Tizzoro (Pistoia), un signore mi ha offerto la cena e mi ha donato una Gru della Pace da portare a Roma. In alcuni momenti ho dimenticato di essere solo».

«Un cammino, qualunque esso sia, va vissuto passo dopo passo, momento dopo momento. Non ti devi fissare sulla meta, altrimenti il rischio è quello di vivere tutto con affanno»

Dopo 30 giorni, con una media di 20/26 chilometri al giorno, Damiano giunge finalmente in vista di Roma. «La via arriva in città dall’alto, attraverso i colli, quindi si distinguono prima le forme, poi le cupole che solo dopo appaiono come tetti di case e chiese. Per me è stata una sensazione di grande svuotamento, come se tutte le fatiche fisiche e mentali, i ricordi e le emozioni si andassero a scaricare in un momento. Un carico troppo importante per poterlo rielaborare in un momento solo»

Foto di Max Ramazzin

«Un cammino, qualunque esso sia, va vissuto passo dopo passo, momento dopo momento. Non ti devi fissare sulla meta, altrimenti il rischio è quello di vivere tutto con affanno. Quando ho deciso di fare questa esperienza, lasciandomi alle spalle la porta di casa e partendo a piedi, l’ho fatto per vivere un’esperienza prima di tutto con me stesso. Roma è stata la destinazione, ma dopo tutti quei giorni da solo, non posso nascondere che l’arrivo in una metropoli trafficata, piena di gente indaffarata e di turisti, mi ha un po’ confuso. Da una parte avevo desiderato quel momento in tutti i giorni di solitudine – ha concluso Damiano, – dall’altra una volta raggiunto, avrei desiderato essere ancora da solo, lungo gli argini del Polesine».

Un viaggio fatto al ritmo dei passi, un’esperienza lenta, un tipo di scoperta che avvantaggia i centri più piccoli, permette di apprezzare paesi e luoghi al di fuori delle convenzionali rotte turistiche. Questa è forse l’essenza vera del cammino.