Sandri con il pirografo in mano

Da un duro colpo ci si rialza sempre (se si ha la fortuna – e la forza – di rialzarsi) frastornati. Lasciamo quello che stiamo facendo da una vita per qualcosa che ci tenga a distanza di sicurezza dalla nostra nuova e limpida fragilità. Almeno per un po’. Giusto il tempo per riprenderci. Ci stiamo giorni e mesi e talvolta anni, ad osservarla, questa crepa dentro di noi, che sembra però non attecchire sul nostro istinto. Nella vita di Alessandro Ruffo è la moglie Franca a riportarlo su questi binari, all’età di poco meno di 50 anni. Un giorno lei decide di fargli un regalo: un pirografo giocattolo, uno di quelli che si trovano al supermercato, per intenderci. Non pitturava più da tempo, Sandro, imbianchino dall’età di 14 anni, più precisamente da quando cade da un’impalcatura durante il turno di lavoro qualche anno prima. Un colpo alla testa da cui sembrava non riprendersi più, psicologicamente. Resta così lontano, per anni, da altezze, sporgenze, e sì, anche dai pennelli. L’arrivo del pirografo segna in Sandro un ritorno alle origini: si ritrova con in mano uno strumento che assomiglia ad un pennello, ma che brucia. Comincia così a disegnare, riproducendo tutto quello che attira il suo sguardo. Fotografie, disegni, volti di passanti. E in cima, le incisioni di Maurits Cornelis Escher, con le sue complicatissime scale passate alla storia con il nome di Relatività.

L’ARTE DI UN PIROGRAFO
Questa punta arroventata diventa in questo modo il mezzo con cui Sandro può esprimere, in qualche modo, se stesso e quello che prova, su legno e cuoio. C’è vita nelle opere di Sandro: dai pesci negli occhi alle case nelle bocche, e nelle giornate storte, ecco che sulle tele di legno spuntano draghi e lupi mannari. È fatto così, Alessandro, va a sentimento. Ma se gli si chiede di tratteggiare sul legno un ritratto, non si tira indietro. Una donna allo specchio che si agghinda; addosso ha una bellissima collana verde, uno dei pochi colori rintracciabili in tutto il suo repertorio. In altre giornate, mentre fuori tutto corre e lo scricchiolare del legno scandisce il ritmo del tempo, Sandro disegna un salotto vorticoso e avvolgente. La definisce “art optical” nel senso che quando la guardi «la te ciava i oci». E non è un errore di battitura. Nessuna “i” in più, in quel “ciava”. Dipende infatti da come la si guarda. «È come vedere una persona – ci dice Franca – se la guardi dall’interno all’esterno è una cosa, dall’esterno all’interno, un’altra». Franca è fiera di accompagnare Sandro, ovunque lui vada, anche per questa intervista. Gli dà una bella mano a curare mostre ed esposizioni. «L’è da 40 anni che magno la stessa minestra», dice azzardato Sandro. Lei sorride.

L’AMORE, LO SMALTO E GLI OCCHI DEI PESCI
Lo smalto per le unghie in casa Ruffo è di proprietà dell’uomo. Li usa per gli occhi dei pesci, per esempio, o per la collana di perle verde smeraldo del mezzobusto femminile allo specchio. «La pirografia mi ha aiutato a tirar fuori il vero Sandro», dice orgoglioso, «ma anche a stare in mezzo alla gente» aggiunge la moglie. Disegnare è talmente terapeutico, per lui, «che te passa tanti de quei dolori…». Oggi Sandro ha 68 anni, ne fa uno in più a maggio, di Franca non si dice, anche se comunque non lo sappiamo. La rinascita di Sandro è partita ormai 14 anni fa, ed ora il suo nome scivola a macchia d’olio tra Caldiero e Colognola, e poi fino al Canada, Australia, Georgia (USA), Spagna, dove sono volate alcune delle sue opere. Un orgoglio immenso per Alessandro, che la prima opera “internazionale” l’ha venduta ad un americano una decina d’anni fa al suo primo mercatino in piazza Dante. «Ghe son rimasto» ha pensato quando questo signore aveva cacciato i soldi per portarsi via un pezzetto di Sandro. Ma i pezzetti di Sandro se li portano via anche i bambini ogni volta che si aggrappano alla sua penna che brucia. «La cosa più bella? I loro occhi quando alzo nuvolette di fumo».