La «bici» per Umberto non è stato il classico appuntamento col destino, bensì un fuoco che è divampato col tempo. Dopo gli approcci primordiali col ciclismo nella Luc Bovolone, squadra del suo paese, si dedica al calcio, al judo e al tennis, prima di scoprire come le due ruote fossero per lui uno scopo, più che un passatempo. A dodici anni Umberto riprende dunque a pedalare e i risultati fin da subito premiano l’esser tornato in sella: arrivano i primi piazzamenti importanti, specchio del talento di un giovane che può arrivare allontano.

LA DIAGNOSI E LA RIPARTENZA
Il 7 ottobre 2012 si imbatte però in una sliding door che gli cambia irreversibilmente la vita. «All’epoca correvo sempre col mio team di Bovolone – spiega Poli – durante le corse però iniziavo ad avvertire una fatica sovraumana, passavo nottate insonni e capitava spesso di andare in bagno. Soprattutto durante gli allenamenti mi sentivo costantemente privo di energie e questo con il passare del tempo si è tramutato in un campanello d’allarme. Il mio allenatore mi ha consigliato di andare in ospedale e lì, dopo pochi esami, tutto è cambiato. Venni immediatamente ricoverato in codice rosso: la macchina della glicemia arriva a segnare fino ad un indice di 500 ed io ero già oltre i 700. Rimasi nella struttura per una settimana e mi venne diagnosticato il diabete di tipo 1».
La notte è sempre più buia prima dell’alba. Resosi completamente conto del cambiamento a cui era destinata la sua quotidianità, Umberto si rimbocca le maniche e, dopo aver calibrato i giusti rapporti, inizia la scalata. «Nonostante le difficoltà non ho mai considerato l’ipotesi di gettare la spugna – prosegue – volevo dimostrare che fosse possibile coniugare la mia malattia con una carriera sportiva agonistica e quindi, dato che non esistono vademecum sulla pratica dello sport se si è affetti da diabete 1, ho iniziato a fare test sul mio fisico. Ho impiegato circa un anno e mezzo per conoscere a fondo il mio organismo, ma alla fine sono riuscito a capire perfettamente il fabbisogno di zuccheri di cui necessito. Sono giunto ad una tale consapevolezza di ciò che sono che non mi servo di strumenti per provare la glicemia: misuro il livello alla mattina e alla sera, mentre per il resto della giornata baso tutto sulle sensazioni».

IL PRIMO CONTRATTO DA PROFESSIONISTA
Nel 2016 Umberto firma il primo contratto da professionista con la Novo Nordisk, team composto da soli atleti affetti da questo specifico tipo di patologia. «Nel 2014 mi chiesero di prendere parte ad un training camp ad Atlanta, sede di questa realtà sportiva di vocazione internazionale – aggiunge – e dopo due anni ho siglato il primo contratto da professionista. Sono onorato di far parte di un collettivo del genere in quanto si propone come fine quello di stimolare e spronare tutti coloro che si trovano nella mia stessa situazione a non arrendersi. “Ispirare” è uno dei fini più nobili a cui deve tendere lo sport».
La fuga alla Milano-Sanremo nel 2017 rappresenta il momento più alto della sua giovane storia sportiva. Un’impresa da leggere come tappa in un processo di crescita e non come punto d’arrivo. «Mi dissero che avrei dovuto correre solo tre giorni prima dell’evento – conclude – al massimo fino a quel momento avevo percorso duecento chilometri in allentamento, figurarsi pensare di arrivare a trecento in una gara del genere! Sarà stata l’adrenalina dell’esordiente, ma sono rimasto davanti a tutti fino a cinquanta chilometri dall’arrivo. È stata un’emozione che resterà per sempre scolpita nel mio cuore».