Il dott. Zamperini con la mascherina

Carichi di lavoro pesanti, stress, dolore per la morte dei pazienti, paura, sconforto, ma anche forza di gruppo, sacrificio, soddisfazione di una guarigione, consapevolezza di essere ancore di salvezza. Il dottor Massimo Zamperini, direttore della Terapia Intensiva e Anestesia dell’Irccs ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, ci accompagna idealmente nel suo reparto dove assieme ad altri 22 medici e 41 infermieri lotta ogni giorno contro il Coronavirus. Una battaglia dura, sfiancante. In gioco c’è la vita dei suoi pazienti.

Dottor Zamperini, mai come in questi ultimi mesi abbiamo sentito parlare di reparti di terapia semi intensiva o terapia intensiva, voi direttori avete in questo momento gli occhi del mondo addosso. Sente questa pressione su di sé?

La pressione è una compagna costante del nostro lavoro. Il reparto di Terapia Intensiva è dedicato a pazienti molto gravi, con funzioni vitali compromesse che hanno bisogno di essere supportate meccanicamente e farmacologicamente. Le loro condizioni possono variare d’improvviso, quindi è necessario essere sempre vigili e pronti ad intervenire. Inoltre i medici rianimatori sono anche anestesisti e svolgono un ruolo cruciale negli interventi chirurgici. Pertanto alla pressione siamo abituati. Naturalmente in questa emergenza tutto si è moltiplicato in maniera esponenziale e non perché abbiamo l’attenzione dell’opinione pubblica addosso, ma per l’enorme afflusso di pazienti altamente critici nei nostri reparti. Sinceramente, abbiamo pochissimo tempo per capire cosa dicono di noi all’esterno.

Dal punto di vista clinico, perché i malati di Coronavirus hanno bisogno di accedere al vostro reparto? 

La complicanza più grave dell’infezione Covid-19 è la polmonite interstiziale, molto spesso bilaterale. Il virus si insinua negli alveoli polmonari formando una sorta di “cotenna” che rende problematico l’ossigenazione dell’intero organismo. I pazienti più critici hanno letteralmente ‘fame d’aria’, una condizione che impressiona ogni volta anche noi sanitari. La nostra sfida è stabilizzarli in terapia sub intensiva con l’utilizzo dei famosi caschi respiratori. Ma accade, troppo spesso, che la situazione precipiti rapidamente e l’unica alternativa rimane l’intubazione con la ventilazione meccanica. A quel punto il percorso è un punto di domanda.

Come intervenite sul paziente, che tipo di cure utilizzate e per quanto tempo?

Il paziente è in coma farmacologico, intubato, con infusioni continue di farmaci. Ad oggi non esiste un vero protocollo, ma a seconda della situazione si adottano diverse strategie terapeutiche. Ogni paziente insomma diventa un caso a sé nel rispondere ai trattamenti. Un esempio di trattamento è la tecnica della ventilazione con il paziente da prono, ma non tutti rispondono alla stessa maniera. La permanenza in terapia intensiva dura a lungo. La nostra prima paziente Covid è ricoverata da 25 giorni e solo da alcuni inizia a respirare autonomamente.

C’è stato un mutamento nella tipologia di pazienti dalla prima fase a quella odierna? All’inizio sembrava che il Covid-19 colpisse soltanto le fasce più anziane della popolazione, ora vediamo anche molti giovani.

Come possono confermare i colleghi del Pronto Soccorso, mentre nelle scorse settimane arrivavano molti pazienti con sintomi lievi, via via che il tempo passa giungono pazienti in ambulanza con quadri clinici gravi: difficoltà di respiro, febbre e bassa ossigenazione. Inoltre rispetto all’inizio anche l’età media si è abbassata e i pazienti non hanno particolari patologie. Il paziente tipo che invece arriva in Terapia Intensiva ha in media 65 anni, è obeso, iperteso e diabetico. Ma abbiamo avuto anche giovani uomini di 30/40 non affetti da malattie.

Recentemente l’Ospedale Sacro Cuore Don Calabria ha potenziato la struttura per l’emergenza, siete pronti per un’eventuale “onda d’urto”?

Siamo un ospedale religioso parificato e accreditato della Regione, quindi parte integrante del sistema sanitario veneto. Inoltre essendo un Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico per le malattie infettive e tropicali siamo stati fin dall’inizio dell’epidemia un punto di riferimento per l’intera provincia. L’incremento dei posti Covid ha seguito l’andamento dell’emergenza. Attualmente sono complessivamente 100 di cui 14 di terapia intensiva e 12 di subintensiva. Uno sforzo straordinario anche in considerazione del fatto che continuiamo l’attività ordinaria, garantendo anche le emergenze mediche, chirurgiche e materno infantili e tutte le prestazioni non prorogabili. 

Com’è composto il suo staff?

Guido una grande squadra di 22 medici rianimatori e 41 infermieri, la gran parte impegnati sul fronte dell’emergenza Covid-19. Non tutti però, perché le sale operatorie proseguono la loro attività con gli interventi urgenti e oncologici, e ci sono da seguire gli altri pazienti ricoverati in terapia intensiva. Anche ai tempi del Coronavirus ci si continua ad ammalare di altro, purtroppo. 

L’emergenza Coronavirus è esplosa in poco tempo. C’è stato per voi il tempo per prepararvi a questa situazione?

Dalle informazioni provenienti dalla Cina e dalle autorità sanitarie mondiali eravamo al corrente che il virus avrebbe comportato un grosso impegno per le strutture ospedaliere, perché il 10-15% delle persone infette avrebbe avuto bisogno del ricovero e in parte della terapia intensiva. Ciò che ci ha preso in contropiede è stato l’altissimo numero di contagiati in così breve tempo. Questo ha fatto sì che i pazienti da ospedalizzare siano stati e siano molti tutti i giorni e che 1 su 10 dei ricoveri – percentuale ormai sistematica – finisca in terapia intensiva. Una situazione che ha richiesto una continua riorganizzazione degli spazi ospedalieri con uno sforzo umano e tecnologico senza precedenti.

Tra i vari corsi di formazione o nelle simulazioni che fate e che svolgono ovviamente anche gli infermieri di reparto, si tiene conto di scenari come questi?

Purtroppo non c’è stato il tempo di prepararsi perché siamo stati investiti dall’emergenza. Il personale si è formato sul campo e di grande aiuto è stata la formazione organizzata dalla Direzione Sanitaria in collaborazione con le malattie Tropicali per l’emergenza Ebola del 2014 grazie alla quale abbiamo imparato a lavorare in sicurezza per gestire questo tipo di pazienti e l’altissima contagiosità del patogeno.

Il dott.Zamperini

Abbiamo visto volti stanchi, personale sanitario esausto, turni massacranti in corsia. Da direttore, quali parole di conforto utilizza con i suoi “ragazzi”?

La situazione non è semplice, tutti stanno dando il massimo. I momenti di angoscia non mancano. Come sopraggiungono quelli di scoraggiamento. Soprattutto quando accade, e non di rado, che si assista al miglioramento di un paziente per 48-72 ore e all’improvviso tutto riprecipita al punto di partenza. Ciò che aiuta molto non solo la pratica clinica, ma anche il morale, è lavorare in équipe con i colleghi di altre specialità. Sa però qual è il momento più difficile?

Quale?

A noi medici rianimatori capita spesso di annunciare a un familiare la morte di un proprio caro. E quando questo non accade improvvisamente, abbiamo anche il tempo di prepararli incontrandoli. Con le vittime del Coronavirus questo non è possibile: tutto avviene tramite il telefono per questioni di sicurezza. È crudele per loro, che non possono nemmeno vedere il loro familiare per l’ultima volta e salutarlo con un funerale. E per noi, perché comporre quei numeri di telefono è un momento di grande sofferenza.

«La nostra prima paziente Covid è ricoverata da 25 giorni e solo da alcuni inizia a respirare autonomamente»

Ha paura di poter essere contagiato?

Non ho paura per me. Ho paura per la mia famiglia. Ho tre bambini di 11, 9 e 7 anni. Vivo ormai da settimane in isolamento nella mia casa e quando li vedo sto a distanza di sicurezza… Ma quanta fatica non poterli abbracciare!

Cosa si sente di dire alle persone che non vivono in primissima linea come lei, come il suo staff, e che stanno leggendo le righe di questo giornale?

È importante continuare a seguire le disposizioni per il contenimento del contagio anche se i dati sull’andamento dell’epidemia indicano un leggero calo dei contagi. Proprio ora non è il momento di mollare. È l’unico modo per abbassare la diffusione del virus e quindi anche i ricoveri in ospedale e nelle Terapie Intensive. Se volete aiutarci, restate a casa! Nessuno incontri nessuno.