medici senza frontiere

È una vita dedicata al prossimo, quella di Ilaria Rasulo. Veronese, 43 anni, 12 dei quali passati tra le file di Medici Senza Frontiere, Ilaria rappresenta uno dei volti migliori della nostra città: quello solidale, altruista e giusto. La sua storia da operatrice umanitaria inizia nel 2010 ad Haiti, appena distrutta da uno dei terremoti più devastanti mai sentiti, e prosegue in diverse parti del mondo: dal Sud Sudan all’Etiopia, dall’Ucraina alla Giordania fino in Siria. Dove ce n’è bisogno, Ilaria è pronta a partire: la valigia è sempre preparata, la destinazione sempre una sorpresa.

Ilaria, come è arrivata a Medici Senza Frontiere?

Io vivevo a Londra tantissimi anni fa e ho fatto un’esperienza nel 2008 in Brasile, vivendo da sola per un mese, e quando sono tornata le cose piano piano sono cambiate: mi ero resa conto che in tanti posti dove non c’è nulla, oltre ad esserci del bisogno si sta anche molto meglio. Questo è stato un po’ il mio trampolino di lancio per poi arrivare insomma a capire che la mia strada era quella del settore umanitario.

Una strada abbastanza complicata, soprattutto a livello psicologico…

Sì perché vengono mangiate tante energie non solo fisiche: bisogna essere bravi a saper bilanciare e a capire quando prendersi un po’ di riposo senza arrivare allo sfinimento.

Qual è stata la sua prima missione umanitaria?

La mia prima missione è stata ad Haiti col terremoto nel 2010. È stata una bella botta come ingresso nel settore, ma per me è stata anche un’emozione grandissima, nel senso che con questa prima missione mi sono resa conto che era proprio quello che volevo fare. Diciamo che nella sua difficoltà per me è stato come se mi si fossero aperti gli occhi.

Sappiamo che, al di là di Haiti, in questi 12 anni ha girato il mondo con missioni umanitarie in Etiopia, Sud Sudan, Giordania e in tanti altri Stati…

Sì, ho sempre la valigia pronta per partire. La parte bella è che si conoscono un sacco di culture diverse, un sacco di princìpi e si diventa poi figli del mondo. Ma è anche bello poter riuscire a dare sostegno a tante diverse situazioni che sono completamente lontane da quello che viviamo a Verona e in Italia. Per esempio: sono stata quattro volte in varie parti del Sudan ed è sempre molto emotivo arrivare. Si è veramente in mezzo al nulla più assoluto e le cose che noi diamo per scontate là proprio non esistono, dunque l’intervento che andiamo a fare è ulteriore a quello medico e sanitario.

C’è mai stata una volta in cui ha avuto paura, ha temuto magari per la tua vita o di aver fatto magari la scelta sbagliata?

Sicuramente non ho mai pensato di aver fatto la scelta sbagliata, anzi il contrario: sono sempre stata convinta di essere nel posto giusto al momento giusto. Noi lavoriamo in contesti molto difficili e questo aspetto fa parte del nostro lavoro e della nostra scelta iniziale. E sì ci sono dei momenti in cui hai paura, ma poi c’è anche l’adrenalina di sapere che stai facendo delle cose che sono più grandi di noi e questo porta ti porta ad andare avanti senza fermarti, col sorriso, passo dopo passo.

Un altro luogo difficile è stato sicuramente la Siria. Come l’ha vissuta?

La Siria è veramente una mazzata al cuore: sapere che era un Paese sviluppato come l’Italia e vederlo adesso deteriorare in questo modo ti spezza il cuore. Sono dieci anni di guerra in cui è diventato il Paese al mondo col più alto numero di sfollati interni, parliamo di più di 8 milioni di persone. È stato come entrare in una cartolina della Seconda Guerra Mondiale. Io poi mi sono molto legata alla Siria perchè i siriani sono un popolo meraviglioso.

Di tutte queste missioni insomma cosa le è rimasto?

Ogni posto ti prende un pezzettino di cuore e ogni posto ti lascia a sua volta qualcosa nel cuore. Dovunque io sia andata mi sono sempre rimasti dei ricordi e sono sempre in collegamento con tanti dei miei colleghi.

Ovviamente non sa cosa la aspetta da qui al prossimo futuro, immagino…

Oh sì, sicuramente tante altre nuove missioni. (ride, ndr) Dove non si sa: è sempre un regalo…

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