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L'ostetrica Giulia Maistrelli di Medici Senza Frontiere

Tutti ricordiamo quando, all’inizio del mese di marzo l’anno scorso, per la prima volta nella storia è stato annunciato che il nostro Paese sarebbe stato completamente “chiuso” a causa di un’emergenza sanitaria: ne avevamo già sentito parlare, tra le più recenti pensiamo ad esempio alla “Mucca pazza” dei primi anni Duemila, all’“influenza suina” (A/H1N1) del 2009…eppure, non eravamo pronti a quello che il Covid-19 ci avrebbe riservato e che ancora oggi stiamo affrontando. Quel che è certo è che quella data non ce la dimenticheremo mai. E il 18 marzo è divenuta Giornata nazionale della commemorazione delle vittime del Covid.

Eppure, nel mondo, di frangenti critici ed emergenziali se ne sono verificati (e continuano a persisterne) moltissimi: citandone alcuni, il genocidio in Ruanda, lo Tsunami in Indonesia, il terremoto ad Haiti, le guerre in Afghanistan, Siria e Yemen, l’epidemia di Ebola, le rotte globali della migrazione e le tante crisi permanenti dove migliaia di persone non hanno accesso alle cure. Ad affrontare in prima linea da cinquant’anni queste situazioni tragiche (che talvolta finiamo per dimenticare), a oggi in più di 80 Paesi, è Medici Senza Frontiere, organizzazione medico-umanitaria che dal 1971 offre cure e soccorso a popolazioni minacciate da plurime cause: oltre all’emergenza innescata dal Sars-Cov-2, guerre, violenze, disastri naturali, epidemie e, spesso, mancanza di un’adeguata assistenza sanitaria. Ecco che allora, con un pool di circa 65mila operatori, tra cui chirurghi, anestesisti, infettivologi, ostetrici, psicologi, esperti di igiene e ingegneri, Medici Senza Frontiere interviene per aiutare, migliorare le condizioni di questi popoli e tracciare con loro la via per un futuro diverso.

“Cinquant’anni di umanità” è il nome della campagna con cui l’organizzazione celebra l’anniversario, proponendo per tutto il 2021 numerose iniziative, una serie di podcast, mostre ed eventi (sia online sia sul territorio) per fare in modo che le crisi mondiali non vengano dimenticate, riflettere sulle sfide del futuro e cercare, insieme, delle soluzioni. A ricordare questo traguardo è anche il libro “Le ferite: 14 racconti per i 50 anni di Medici Senza Frontiere”, pubblicato da Einaudi con le storie (cedute gratuitamente) di Marco Balzano, Diego De Silva, Donatella Di Pietrantonio, Marcello Fois, Helena Janeczek, Jhumpa Lahiri, Antonella Lattanzi, Melania G. Mazzucco, Rossella Milone, Marco Missiroli, Evelina Santangelo, Domenico Starnone, Sandro Veronesi e Hamid Ziarati, a cura (anch’essa gratuita) di Caterina Bonvicini. Il ricavato andrà a favore di MSF.

Anche podcast, dicevamo: le voci degli operatori direttamente “dal campo” raccontano le loro esperienze nelle realtà più complesse. Venerdì 4 giugno Medici Senza Frontiere ha lanciato la prima di queste storie, quella di Giulia Maistrelli, 28 anni, ostetrica laureata a Verona e originaria di Trento, che ripercorre con la sua voce le strade dello Yemen, precisamente quelle di Mocha, dove era impegnata tra il 2020 e gennaio 2021. Noi abbiamo raggiunto telefonicamente proprio lei, Giulia, poco prima che partisse per un’altra missione: il 1° giugno, infatti, è volata in Sud Sudan, per lavorare a un nuovo progetto umanitario che la vedrà in prima linea per altri sei mesi.

Nel 2014 la laurea in Ostetricia conseguita nell’ateneo scaligero, poi l’attività all’ospedale di Peschiera del Garda; la passione di Giulia l’ha condotta, poco tempo dopo, a fare domanda per entrare a far parte del team di MSF. «Ho iniziato a collaborare con l’organizzazione, precisamente per la sezione olandese, nel 2018, dopo aver lavorato per tre anni a Peschiera. Ricordo che il mio primissimo viaggio fu in Bangladesh, dove sono rimasta nove mesi. In seguito, sono andata in Sud Sudan, nel 2019, ad Atene tre mesi nel 2020, e infine sei mesi in Yemen».

«Per cominciare a lavorare per MSF è necessario avere una certa esperienza clinica, dopodiché è possibile inoltrare la propria domanda online: chi viene selezionato viene chiamato a sostenere una serie di esami e colloqui, sia scritti sia orali. Una volta superate le prove, si entra in lista per partecipare alle missioni. Le tempistiche, prima della partenza, dipendono molto dal profilo dell’operatore, dal suo titolo, dalla data da cui si rende disponibile e dall’urgenza: io sono stata fortunata perché il bisogno di ostetriche era molto elevato, quindi sono stata chiamata praticamente subito. Ricordo che avevo partecipato alla selezione in dicembre e sono partita a marzo. Si tratta sempre di contratti a tempo determinato, di volta in volta viene chiesto il periodo di disponibilità individuale e l’accettazione dell’incarico assegnato. Il Paese di destinazione viene scelto da Medici Senza Frontiere, poi l’operatore insieme al proprio career manager valuta la missione in base alle propensioni personali, ai punti di forza oppure alla direzione in cui si vorrebbe sviluppare più competenze ed esperienza».

Giulia in Bangladesh

«Io, per esempio, in questi anni, sto focalizzando molto la mia attività sui temi legati agli abusi sessuali: l’organizzazione sta investendo sempre di più sui programmi antiviolenza e io mi sto specializzando proprio in questo ambito, che è anche al centro del progetto a cui partecipo ora. Pertanto, in questa occasione, intervengo non tanto come ostetrica quanto più sui fronti strategico e di implementazione, che riguardano sia le cure mediche sia il supporto psicologico e le campagne di sensibilizzazione».

Giulia ci ha anche raccontato cosa accade una volta arrivati nel Paese meta della missione: «Solitamente c’è sempre una struttura medica già presente, quindi si lavora in gruppo indirizzati da un leader, che pone degli obiettivi da raggiungere secondo un programma di mezzi, servizi e attività prefissato e che, naturalmente, può cambiare in corso d’opera. Se invece si partecipa a missioni di emergenza, in cui non c’è nulla di prestabilito, si viene mandati a fare un assessment, una valutazione della situazione: c’è dunque una prima squadra che parte per capire quali siano i bisogni della popolazione e delineare un profilo dell’accaduto, si costruisce di conseguenza un nuovo progetto e si definisce il budget. E così via».

Per chiudere l’intervista, e riagganciarci al cinquantesimo anniversario di Medici Senza Frontiere, le abbiamo chiesto cosa significhi per lei fare parte di questa squadra. «L’organizzazione mi ha dato la possibilità di mettere alla prova me stessa in un modo totalmente nuovo, di conoscere realtà diverse dalla mia e, in un certo senso, di sentirmi più “responsabile”: sono nata in un luogo privilegiato e poter restituire al mondo una parte di quello che mi è stato offerto, mettendomi a disposizione degli altri e dando loro un mio piccolo contributo, lo ritengo molto importante. Per fare questo non è per forza necessario andare all’estero, ricordo che nel nostro Paese ci sono tantissime comunità che hanno bisogno di un aiuto. Lavorare per Medici Senza Frontiere, per me che ho ricevuto tanto, significa riconsegnare al mondo un pezzetto di questa fortuna».

Ascolta il podcast di Giulia: https://open.spotify.com/episode/18YO5L8Okfhg6DbDnh1MN7