Tutto è cominciato come un gioco: Monte Nevados Ojos del Salado, interpretato da alcuni alpinisti veronesi come “gli occhi sulla soppressa”; da lì una lunga preparazione e la conquista della seconda montagna più alta dell’emisfero australe.

In balìa delle temperature artiche, dell’ossigeno rarefatto, e dell’acqua che ghiacciava prima di poter risciacquare i piatti, hanno portato a casa la vetta del vulcano più alto del mondo (e la seconda montagna più alta dell’intero emisfero australe).

Sono Lino Scandola, Giorgio Morini, Romeo Cappelletti e Claudio Sponda, i quattro veronesi che nei giorni a cavallo tra novembre e dicembre hanno intrapreso un viaggio che li ha portati a scalare il confine tra Cile e Argentina e ad arrivare sulla cima dell’Ojos del Salado.

Partono da un luogo secchissimo, Copiapò, nel deserto di Atacama, in Cile. Si spostano nei percorsi impervi della montagna e arrivano alla laguna Santa Rosa, il punto di partenza dell’avventura, situata a circa 3800 metri.

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Per poter affrontare ascese di questo tipo, occorre acclimatare il corpo gradualmente. In pratica ogni giorno si sale di qualche centinaio di metri per abituare il fisico al cambiamento, e poi si scende la sera per permettere il sonno.