Michele, partiamo con la tua storia: come ti sei avvicinato al mondo del cinema e in particolare a quello della regia? È risaputo che sia un settore abbastanza complicato

Io sono partito da un desiderio: quello di fare il giornalista. Già al liceo volevo fare giornalismo, soprattutto giornalismo d’inchiesta, reportage. Quindi ho scelto di studiare relazioni internazionali all’università, perché mi sembrava un modo per approfondire delle tematiche per poi, appunto, dedicarmi al giornalismo. In seguito sono andato a Roma, dove ho cominciato a scrivere come freelance per alcune testate online: era un mondo molto complesso. Più avanti sono entrare a far parte di una società che fa documentari e pian pianino ho trovato la mia dimensione.

Quindi, possiamo dire che si sia trattato di un caso?

Sì nel senso che mi piaceva guardare i film ma non avevo l’obiettivo di girare dei documentari: però è stato un approdo che da ormai otto anni è divenuto il centro della mia vita.

Parliamo ora del tuo documentario, “Io resto”: tratta della realtà che si è vissuta a marzo 2020 agli Spedali civili di Brescia, quindi in piena pandemia, una situazione veramente tragica da tanti punti di vista.  Come mai hai deciso di parlare di affrontare questo tema con un documentario?

All’inizio della pandemia seguivo, come tutti, i telegiornali, i racconti dei giornalisti, e pensavo che bisognasse dare un volto anche più familiare alle voci che raccontavano queste testimonianze, che altrimenti sarebbero andate perse.

Per me era importante andare in Lombardia perché lì si stava verificando il dramma più intenso, nella totalità del territorio, non solo in piccole parti di città.  Il film documentario è un modo per affrontare la realtà in modo più lento, più immersivo, in modo che le persone possano rivedersi e quindi rielaborare in un altro modo quello che è successo.

Come sei riuscito a gestire le fasi di realizzazione?

Eravamo in due: io non ho mai filmato in un ospedale, ho chiamato un direttore della fotografia con cui avevo già lavorato, Luca Gennari, che in quel periodo era a Ravenna. In pieno lockdown era difficile poter chiedere delle autorizzazioni per spostarsi, ma lui ha accettato subito perché è uno che ha fatto film in Antartide, al confine tra l’Ucraina la Russia, quindi sentivo che avrebbe accettato di collaborare. Lui mi rispose: «per me è importante prendere parte a questo lavoro, ma sono ipocondriaco» (ricorda sorridendo, ndr). Siamo rimasti io e lui da soli a filmare ed è stato molto complicato, ci davamo il cambio.

Quanto tempo avete impiegato per girare negli ospedali, realizzare e assemblare questo film?

Ci hanno dato una settimana di tempo, poi li ho convinti che ci servisse più tempo e sono riuscito a rimanere per un mese, in cui ho strutturato l’arco narrativo delle storie.  Dopo le riprese mi sono isolato, al tempo non era facile sottoporsi ai tamponi; infine, ci sono voluti altri due mesi per sistemare il materiale col montatore.

Come hai vissuto tutto questo a livello emotivo, vedendo con i tuoi occhi il dramma che si consumava nelle corsie?

Ho vissuto delle cose che non avevo mai pensato di poter vivere.  Fare documentari per me è anche un modo per scoprire e dare una spiegazione a me stesso di quello che succede nel mondo. Però vedere quello che accade negli ospedali, soprattutto rispetto a una malattia che è arrivata improvvisamente e che non si sapeva come potesse essere curata, vedere gli infermieri vivere ogni giorno delle dinamiche molto pesanti, a livello emotivo è stato molto complicato.

In questi giorni stai presentando il tuo lavoro in giro per l’Italia: anche qui a Verona a brevissimo, giusto?

Sì, veniamo a Verona il 21 ottobre, al K2, in anteprima per i soci del Circolo del Cinema. Il giorno dopo saremo al Pindemonte, alle nove e un quarto, per presentarlo al pubblico.

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