La donna che ha conservato le cravatte dell’intellettuale, insieme alle sue parole. Custode perenne, filologa per necessità o per la speranza di non tradirlo. A Verona, Graziella Chiarcossi verrà il 3 novembre, ovvero dopo aver affrontato per la 43esima volta l’anniversario della scomparsa di Pier Paolo. Non parla mai di quella morte impossibile, la cugina dello scrittore imbocca una delicata reticenza come, ai tempi, fece lo stesso Pasolini quando perse il fratello «in un modo che non mi regge il cuore di raccontare».

Nina, «o anche Ninata». Così la chiamava lui in quella complicata costellazione di nomignoli che appiccicava alle sue persone, quelle intime ma non segrete. Pasolini aveva un’affettuosità appartata, «pudica». Lo sceglie con cura questo aggettivo Graziella Chiarcossi con una voce ancora incrinata dopo tanti anni. Le chiediamo un momento di felicità mai dimenticato: «Quando assistevo alle tenerezze che si scambiavano lui e la madre Susanna. La chiamava Pittinizza, donnina piccola». A Graziella non sono rimaste «frasi preservate dal disastro». La morte di lui non ha operato, come invece è stato per tanti, una sintesi di epigrammi, un’architettura di enunciati pasoliniani in cui rifugiarsi. «Anche perché non ho la memoria per le citazioni». Piuttosto «mi rimane un sentimento». Perché lui era uno che «aveva una sensibilità speciale: se capiva che avevi un problema, ti aiutava indirettamente. Con me l’ha fatto diverse volte. Sono queste le cose che mi sono rimaste».

Conosce ogni insenatura dell’intellettuale esterno, come dell’uomo interno che amava il calcio in maniera vibrante, irrinunciabile «capitava che trascurasse gli appuntamenti per andare a giocare». Sul campo e fuori era un esteta, un innamorato delle cose belle, della cucina rifinita della madre che, dopo una vita di traslochi e trasferimenti, ai fornelli sapeva destreggiarsi con sapori delle regioni attraversate, «lui, invece, non riusciva neanche a farsi il tè». Quel cugino grande, immenso, dipingeva pure. «Potrei/anche tornare alla stupenda fase/della pittura» diceva nelle sue poesie, quando pensava, come fece negli ultimi anni, a quella via parallela, percorsa in maniera alternata, di cui ci rimangono meravigliose tracce. E poi i viaggi, la scrittura distribuita in una produzione smisurata. Infinite le carte riempite da quel suo sguardo acuto e «sguainato» di cui non si può che avere una terribile nostalgia. Perché siamo tutti orfani, in questo chiasso delle vite, di una voce che possa analizzarle, o almeno, regalarci quattro pareti di silenzio seppur tra pagine disperate e feroci. «La mia cultura viene su da lì, da mio cugino e dal rapporto con mio marito (Vincenzo Cerami, ndr). Sono le persone che mi hanno segnato non solo dal punto di vista affettivo».

Graziella Chiarcossi

«Io? Faccio le cose che sono necessarie». Filologa di mestiere, Graziella si è sempre occupata dell’enorme eredità letteraria dell’uomo che scriveva con l’imperativa necessità di chi non può fare altrimenti. Da anni cura la conservazione, catalogazione e studio del suo archivio privato. Per questioni di prossimità di cuore – visse a Roma nella stessa casa di Pasolini per 13 anni – è depositaria di una versione non luttuosa del suo Pier Paolo, lontano da quelle «leggende metropolitane» che ne tormentano il ricordo. A Verona verrà il 3 novembre (ore 11) «per l’amicizia che mi lega alla Fondazione Aida». È stata, infatti, la realtà culturale scaligera ad organizzare in Civica la presentazione di La biblioteca di Pasolini, il catalogo tematico dei libri posseduti dal poeta a cura di Chiarcossi e Franco Zabagli. Il volume è sintesi dei quasi 3000 libri che hanno composto la cosmogonia domestica e letteraria dello scrittore (ora parte del Fondo Pasolini presso l’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti”), una sorta di manna dal cielo per chiunque studi i suoi testi e vi cerchi ragioni o suggestioni alle quali dare nome e cognome. Insomma una fotografia bibliografica di uno dei maggiori intellettuali del Novecento «che non era un bibliofilo» ci tiene a precisare Graziella. I suoi scaffali erano riempiti dalla funzionalità, regolati dall’esigenza.

«Mi ricordo che da ragazzo andava sotto il portico della Morte a Bologna a comprare libri. Ecco Dostoevskij e Freud li ha incontrati lì». Certo: non mancavano i classici greci e latini, ma Pasolini leggeva e recensiva molto anche gli autori contemporanei che spesso erano suoi amici (tante le dediche come quella di Franco Fortini « “… che non sempre la passione è grazia”. Lo so, lo so, caro Pasolini»). Molte di quelle pagine consumate – faceva orecchiette e quando non aveva una penna a portata di mano «evidenziava con le unghie, scolpendo un segno sulla carta» – sono state poi usate anche in Petrolio. Di quel romanzo incompiuto, che tanto si abbeverò nella fonte dei Demoni di Dostoevskij, Graziella ha curato la pubblicazione postuma «perché avevo una responsabilità: se rimaneva lì sarebbe stato ancora peggio». Negli anni si è spesa per difenderlo. Sul presunto capitolo perso o rubato che tanto ha fatto parlare le voci mai zittite del complottismo (che legherebbero il furto alle vicende di Cefis, della Montedison, del caso Mattei), lei ha sempre avuto una posizione ferma «io credo che tutti i commenti su Petrolio possano essere sbagliati. È tutto a flash, a squarci e non si può leggerlo che in quella maniera. Sono convinta che nessuno, anche chi si lancia in letture politiche, sia in grado di capire quello che voleva fare».

Pasolini con la madre

Nessuno sa, dunque, e nessuno dovrebbe approntare definizioni. Tra mezze menzogne, verità negate, misteri che ancora ingombrano l’epilogo inverosimile di un intellettuale lucente, Graziella preferisce da sempre non dire, non rispondere, non ipotizzare perché «sarebbe ingiusto, sarebbe scorretto». Tutti abbiamo una sola sofferenza da raccontare, le altre o ne derivano o le lasciamo vivere nel silenzio. Quella lunga una vita di Graziella risiede nei dintorni del Pasolini frainteso. L’attualità e le sue troppe semplificazioni sono il cruccio della cugina che si sedeva a pranzo con lui, insieme alla mamma, attenta ai suoi gesti soffusi, alla sua tenerezza pacata. «Mi turbano gli studi (che poi sono studi?). La quantità impressionante di cose che si dicono su di lui. Ho smesso di leggerle, non posso stare dietro a tutto e passare la vita a dire: “ti sbagli, non era così”». Nei suoi ultimi mesi, prima di quel 2 novembre del 1975, Pasolini, secondo la cugina «era in un momento felice. Prendeva in mano questo manoscritto (Petrolio, ndr) e diceva “guardo quanto ho fatto” e lo diceva con la voce felice di uno che sta creando». Aveva sistemato una casa a Sabaudia, ci confida la Chiarcossi, perché voleva portare la mamma al mare. Susanna, quella madre amatissima. «Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore, ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore». La accarezzava con le parole, perché l’affetto indicibile, nato nel pudore, può dirsi solo con la poesia.

 

L’INCONTRO A VERONA, IN BREVE:

L’incontro che avrà come ospite Graziella Chiarcossi è organizzato da Fondazione Aida in occasione del trentacinquesimo anniversario. Oltre alle rassegne “Famiglie a teatro” e “Teatro Scuola” organizzate con l’Assessorato all’Istruzione, novità di questa particolare stagione, sono le conferenze di “Civica Pop Story” volte a valorizzare il patrimonio della Biblioteca Civica (28 novembre Geniale!, un omaggio ai grandi geni del passato, e il 16 gennaio Amore per sempre). Tra gli spettacoli si segnala l’anteprima il 5 gennaio al Teatro Nuovo di “Favole al telefono”, commedia musicale con alcune delle più celebri favole e filastrocche di Rodari allestito con il Centro Servizi Santa Chiara in previsione del centenario della nascita. Fondazione Aida è anche centro di formazione professionale riconosciuto dal Miur.