Madre, lavoratrice e ultramaratoneta. Non sono due, bensì tre le facce della medaglia di Carolina Monaci, albergatrice di Malcesine con radici bergamasche (della Val Brembana) che della sua vita ha fatto un’avventura a 360 gradi. Votata alla montagna fin da bambina Carolina nel 2014, dopo aver “sperimentato” l’alpinismo ed essere diventata istruttrice di Nordic Walking, decide di lasciare la sua “comfort zone” e il suo nuovo obiettivo diventa il deserto. Lì Carolina, tra le dune dorate del Sahara, riesce a superare se stessa arrivando prima tra le donne in gara e trovando nuova forza e determinazione che negli anni successivi l’hanno portata prima nel deserto nella Namibia (2017) e poi in quello dell’Iran (2018). Ora, alla soglia dei 50 anni, Carolina ha deciso di racchiudere e raccontare le sue imprese tra le pagine di un libro dal titolo significativo: I miei deserti.

Innanzitutto chi è Carolina?

Prima di tutto io sono madre e lavoratrice. Faccio l’atleta nel mio tempo libero. Le mie radici non vengono dal lago di Garda ma dalla provincia di Bergamo. Per motivi di lavoro la mia famiglia si è trasferita a Malcesine nel 1968. Nel 1977 i miei genitori hanno acquistato un albergo e quindi sin da piccola sono stata coinvolta in quell’ambiente lavorativo, che mi ha fatta aprire anche a livello mentale. 

Da dove arriva l’amore per il Nordic Walking e le maratone?

È partito tutto nel poco tempo libero che avevo quando ero più piccola, una mezza giornata alla settimana: per staccare la spina dalla caoticità del lavoro prendevo il mio zainetto e salivo in montagna da sola e più salivo più stavo bene. Questa è stata la mia terapia per tanti anni e che poi mi ha portata a fare trekking in giro per il mondo. Da lì è nata la passione per l’arrampicata e per l’alpinismo. Ho fatto per cinque anni l’alpinista (ho scalato un 6.500 metri in Himalaya e montagne in Nepal e India), poi sono nati i miei figli. Con loro mi sono fermata per una decina di anni, ma è stata una fermata piacevole. Dopodiché ho ricominciato a camminare e andare in montagna ed è stato in quel momento che ho conosciuto il Nordic Walking, di cui sono diventata istruttrice.

E per questo sport si è spinta anche oltre i limiti, arrivando a gareggiare nel deserto…

Ricordo che una sera eravamo con la scuola italiana di Nordic Walking a Padova e c’era un’organizzazione che stava preparando, per l’anno successivo, un’esperienza nel deserto. Io non ero molto interessata perché per me fare Nordic Walking nel deserto era una cosa impensabile. Ascoltando il programma, però, mi avevano colpito gli occhi dell’organizzatore che brillavano mentre parlava del deserto. Siccome avevo i figli piccoli e il programma richiedeva di stare lontano da casa per due settimane, uscendo ho detto scherzando “Io farò la gara in una tappa unica” cioè 111 km senza mai fermarmi. Tutti si sono messi a ridere ma io nella mia mente avevo già calcolato che ce la potevo fare: ed è stato così. Mi sono allentata un anno e mezzo e alla fine sono stata via da casa solo cinque giorni: ho fatto 111 km non stop e sono arrivata prima tra le donne e quarta nella classifica assoluta.

La copertina del libro

È sempre riuscita a conciliare la sua vita familiare con quella sportiva?

I miei figli mi hanno sempre spronata e supportata e sono sempre riuscita a conciliare famiglia, lavoro e allenamento. Sono tre ingredienti che ci devono essere per forza nella mia giornata. Uno alimenta l’altro e si danno energia a vicenda. 

Pochi mesi fa è uscito il suo primo libro I miei deserti. Dentro c’è tutto: dalla sua infanzia fino alle sue ultime imprese. Cosa rappresenta?

Questo libro è nato con il mio ultimo deserto, quello dell’Iran, il deserto più caldo al mondo. Il libro è diviso in due parti: la mia infanzia e i deserti. Il collegamento tra loro è il silenzio. Come ho scritto nel libro la mia infanzia e la mia adolescenza sono state travagliate, alimentate da questo silenzio che mi bloccava: dovevo trovare la mia unicità. Questo silenzio l’ho poi raccolto e ritrovato nei deserti. Me ne sono liberata grazie al percorso fatto con il mio team che mi ha dato forza e autostima. Il libro rappresenta la mia rivincita.

A quando la sua prossima sfida?

In realtà a fine gennaio dovevo partite per una grande sfida: l’Artico. Mi sono allenata per un anno e poi due mesi prima ho iniziato ad avere una brutta sensazione, che mi ha portata al ritiro. Sentivo che poteva essere pericoloso per tanti motivi e siccome sono madre, ho deciso di non rischiare. Adesso ho iniziato a fare presentazioni in giro per l’Italia del mio libro, che sta piacendo molto. Al momento però, a parte il periodo d’emergenza per il Coronavirus, non sento di voler sfidare alcun deserto.