di Matteo Lerco

Abbiamo bisogno di eroi? Se lo domandava Bertold Brecht, poeta e drammaturgo tedesco vissuto nella prima parte del ‘900, attraverso l’opera teatrale Vita di Galileo ha regalato al mondo una frase che si è prestata a moltissime interpretazioni. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi, mantra che si è tramandato nelle generazioni, assumendo una rinnovata attualità in un periodo colmo di difficoltà come quello che stiamo attraversando. 

A sinistra Manuel con un compagno

È normale o anormale una società che necessita di modelli di riferimento da seguire? Mai come in questo periodo storico abbiamo il dovere di pianificare il nostro «domani» facendo affidamento su testimonianze di valore, coraggio e determinazione. La storia di Manuel Marson è un concentrato di tutte queste virtù. Manuel da giovanissimo è stato una promessa del panorama calcistico veronese, cresciuto nelle giovanili del Brescia e successivamente dell’Hellas Verona, ha addirittura cullato il sogno di diventare un giocatore professionista, allenandosi con la prima squadra della Sambonifacese. 

LA DIAGNOSI CHE CAMBIA LA VITA

Ad una visita medico sportiva una scure si è abbattuta pesantemente sulla sua esistenza: gli viene diagnosticata la neuropatia di Leber, malattia neurodegenerativa del nervo ottico che lo rende ipovedente. Manuel, però, dopo un periodo di sconforto decide di indossare un mantello, diventando l’eroe della sua esistenza. Alle piscine Monte Bianco fa la conoscenza di Michele Ferrarin e di sua moglie Isabella Zamboni, un incontro che rappresenta un passepartout che gli permette di entrare nel mondo del paratriathlon, disciplina di cui diventa in breve tempo protagonista assoluto, conquistando il titolo di campione italiano nel 2015, 2016 e 2019, laureandosi addirittura vicecampione del Mondo nel 2016.

Proprio come Batman, eroe di Gotham City, Manuel è caduto e ha imparato a rimettersi in piedi. «Sono sicuro che verremo fuori da questa situazione – spiega –  il mio primo pensiero va alle persone che hanno passato mesi isolate in un letto di ospedale o chiuse in casa tra sofferenze e solitudine. In questi momenti dobbiamo allenarci a vedere le cose in una maniera diversa, senza farci condizionare dagli avvenimenti esterni. Ve lo dico perché ci sono passato anche io. Ho ventisei anni e sono ipovedente da otto. Nelle difficoltà non mi sono mai perso d’animo, vivendo la mia esistenza come una continua sfida e cercando di dare sempre il meglio di me stesso, anche se sarebbe stato più semplice fare la vittima e farmi compatire. Per questo dico che in questa quarantena dobbiamo essere positivi, traendo il massimo dalla nostra quotidianità». 

LA SPERANZA DENTRO LE DIFFICOLTA’

Perché secondo Manuel il Covid-19 è un’opportunità di crescita che non possiamo farci sfuggire. «Se ci relazioniamo al virus come ad una possibilità di riscoperta di noi stessi, questo tempo di “pausa” non sarà stato vano. La voglia di tornare a coltivare le nostre passioni, il nostro lavoro, i nostri interessi è tanta, ma dobbiamo tenere duro, tenendo costantemente accesa la fiamma che conserviamo dentro di noi». La vita è una corsa senza alcuna linea di arrivo: chi si ferma è perduto. «Mi sto tenendo in costante contatto coi miei compagni della Verona Triathlon, ci sentiamo all’incirca quattro volte a settimana – conclude – riesco anche a fare qualche corsetta grazie all’aiuto di mio fratello, oltre alla classica palestra. Dovremo convivere per diverso tempo con questo virus, quindi lo spirito di adattamento sarà una componente fondamentale: abbattersi è un verbo che non deve mai essere contemplato».