Transumanza
Foto di Marco Malvezzi

Arriva settembre anche in Lessinia e calano sopra le montagne le tinte della nostalgia. Si svuotano strade e piazze, si smorzano i canti, si fermano le danze. Tacciono le voci e si spengono le luci della ribalta per questo territorio che sembra dare il meglio di sé nei mesi estivi, specie se in pianura le sgrinfie del caldo non lasciano la presa nemmeno per un attimo. E mentre l’estate finisce, ci si prepara a tornare a casa. È tempo di transumanza.

I turisti rientrano in città e i montanari riavvolgono il filo della quotidianità intorno al loro focolare, chiudendo fuori dagli usci i primi latrati del freddo che incombe. I camini iniziano a soffiare plumbei presagi, scricchiolano le legnaie, le coperte spalancano gli armadi mostrando un ghigno assai soddisfatto. E quando tutto è pronto a salutare settembre e gli afflati della luce sfrontata, ecco che in Lessinia torna a casa anche il bestiame, pronto a rioccupare le stalle rimaste vuote mentre in giro tutti festeggiavano tutto.

Per ogni popolo che fonda la propria economia in buona parte sull’allevamento, soprattutto bovino, la transumanza non solo celebra il susseguirsi delle stagioni, ma, poiché il mantenimento del bestiame d’alpeggio viene a costare assai meno di quello in stalla, essa segna soprattutto l’inizio e la fine di un momento molto importante nel ciclo produttivo di questa attività.

In alto, per cento giorni

In Lessinia la transumanza, ossia la migrazione stagionale del bestiame dalle stalle più a sud verso gli alti pascoli, ricchi di vegetazione per il nutrimento delle vacche, viene definita “cargar” e “descargar” montagna, dove per montagna si intende una determinata malga e il territorio di sua pertinenza. Qui, il bestiame pascola per circa quattro mesi, poco più di cento giorni l’anno, nel periodo che va dalla fine di maggio fino alla fine di settembre.

Attualmente si conta che in Lessinia le malghe per l’alpeggio siano circa un centinaio. Il terreno pascolivo ad esse riservato varia a seconda del numero di capi di bestiame (chiamati “paghe”, una paga equivale quindi ad una vacca da latte), a seconda del numero di giorni effettivi in cui i capi di bestiame occuperanno la “montagna” e alla loro altitudine. Il termine “paga” identifica infatti il metro di portata di una montagna. Pur essendoci in Lessinia “montagne” che vanno dalle 100 alle 150 “paghe”, le più numerose vanno dalle 50 alle 75.

Nonostante oggi il trasporto degli animali avvenga, soprattutto nel caso di lunghe distanze, con gli autocarri, non è tramontato il rito della transumanza a piedi. Piero Piazzola, nel suo testo su “Campofontana”, ci dona una deliziosa descrizione di quella che era una volta la partenza del bestiame per l’alpeggio, destinato ad un viaggio che poteva durare anche per giorni: «carri e carretti traboccanti di masserizie, d’arnesi e di utensili, in testa, seguiti dai mandriani conducenti el s-ciapo delle bestie, dei cani e di altri familiari, (…) la colonna prendeva la via più breve per la “montagna”. Davanti al s-ciapo le vacche più esperte del cammino e della zona cui erano indirizzate (…), grossi collari di cuoio lucido e cioche di gala al collo, grida, latrati e…. bastonate fino alla meta».

Le vacche venivano quindi accompagnate in montagna seguendo sentieri e trattori, sino a giungere alla malga che avrebbe accolto i pastori. Qui essi avrebbero munto e lavorato il latte, fatto formaggio e burro, affrontando lunghi mesi di duro lavoro, lontano da tutto e da tutti, concentrati a far fruttare al meglio la loro fatica e la loro solitudine. Isolamento e lavoro che continuavano fino alla fine di settembre, tradizionalmente il 29, giorno di San Michele, quando scadevano i contratti d’affitto.

Forse l’inverno farà tanto freddo, forse nevicherà fino a sbarrare porte e finestre, forse il ghiaccio trafiggerà l’aria. Forse il vento del nord porterà musica di tempesta, e il sole sarà avvolto da cieli minacciosi. Ma gli animali saranno nelle loro stalle, e i pastori saranno al sicuro, nei loro letti, nelle loro cucine, nelle loro stanze. Nelle loro case.

Foto di Marco Malvezzi