Sono passati dieci anni, ma il brivido di quei giorni rimane fermo sulla pelle. Fulvio Valbusa, oro olimpico a Torino 2006, si svela in questa intervista in cui ricorda tanti momenti preziosi ed indelebili, come quello della colazione con gli altri atleti della squadra, prima della gara. La più importante.

Dieci anni prima era il momento di Paola Pezzo che ad Atlanta portò a casa l’oro nella mountain bike: un momento indimenticabile e ricco di significato, anche a vent’anni di distanza.

Fulvio Valbusa, Torino 19 febbraio 2006. «Mia figlia Alice mi ha fatto un disegno, ci sono io sul podio. Stamattina sono riuscito a non guardarlo, ero una corda di violino, volevo spaccare tutto […]». Queste le prime dichiarazioni che l’ex campione olimpionico, conosciuto da tutti come “Bubo”, rilasciò, a freddo, alla stampa, non prima però di aver messo al collo la tanto attesa medaglia d’oro. All’indomani della chiusura di Rio 2016, abbiamo rintracciato Valbusa per rivivere con lui un pezzo di storia che rimarrà negli annali: la grande staffetta di sci da fondo vinta a Torino, con Giorgio Di Centa, Pietro Piller Cottrer e Cristian Zorzi.

Giorni di Olimpiadi quelli appena passati. Quali emozioni le tornano alla mente ricordando le sue grandi vittorie?

Con il passare degli anni e con un po’ di malinconia per quei tempi, ripenso spesso, lo ammetto, a quei momenti e non posso che perdermi in fantastici ricordi condivisi con la mia squadra. Quella mattina ci ritrovammo tutti e quattro a fare colazione assieme, fatto eccezionale trattandosi di una staffetta dove solitamente gli orari erano scanditi da ritmi ben diversi. Finita la colazione calò un silenzio che definirei memorabile. Ci guardammo per qualche istante negli occhi e lì capimmo che quel giorno avremmo scritto una pagina di storia per la nostra nazionale di sci da fondo. Sensazioni difficili da spiegare ma, per chi le vive, uniche ed indescrivibili. La gara fu parecchio dura, ora posso dirlo, ma poi il destino e un po’ di fortuna ci premiò. Il resto è storia.

Che consigli darebbe o meglio da oggi ai giovani che si avvicinano al tuo sport?

Difficile dare consigli, i tempi sono cambiati, generazioni e metodi d’insegnamento anche.  Ma una cosa mi va di dirla: non sentitevi mai appagati o arrivati. Nel momento in cui ti convinci di essere arrivato inevitabilmente ti siedi su un successo e sul quello rischi di rimanere. Bisogna ricordarsi che la squadra è tutto. Non si vince da soli ma con il proprio team di compagni e preparatori. Penso ad Alessio Leso, mio skiman in quella vittoria e non solo.

Quella mattina (il 19 febbraio 2006, ndr) mi diede un paio di sci e mi disse: «Questi ti faranno volare ma il primo chilometro avrai l’impressione contraria!» . Mi fidai di lui… e volai!

Quanto influisce il carattere di una persona che pratica sport a livello professionale?

Se le gambe fanno tanto, la testa di più. Io lo ripeterò sempre che sei non hai la testa per trasformare i chilometri che fai, non c’è gara che tenga. Serve essere determinati, crederci fino in fondo. Le gare si vincono al traguardo. Devi aver voglia di vincere, non sentirti mai arrivato e portare rispetto per il tuo nemico. Sono convinto che una concorrenza sana non possa che essere produttiva.

Gesti scaramantici?

Tanti, come allacciare prima lo sci destro e in chiusura, fuoricampo, sganciare prima il sinistro e poi il destro. I miei numeri? Sette e diciassette.

Il tuo motto?

Quando sei in crisi accelera. La crisi è solo di testa: se stai bene non puoi che andare bene!

Paola Pezzo e quel bis olimpico che ha fatto la storia

Inutile girarci attorno. L’immagine di Paola Pezzo che arriva di gran carriera sul rettilineo sterrato di Atlanta 1996 con il body leggermente abbassato e quel gesto tanto semplice quanto spontaneo di alzare la zip a pochi metri dal traguardo, ce li ricordiamo tutti come fosse ieri. Eppure sono passati vent’anni. Quel giorno la grandissima atleta veronese nata e cresciuta a Bosco Chiesanuova, entrò nel mito della Mountain Bike e riempì di inchiostro le pagine di quotidiani sportivi e di cronaca rosa. Involontariamente, con la sua immagine pura e genuina, e con quel particolare fuori programma ripreso dai media di tutto il mondo, diede popolarità a uno sport che fino a quel momento non aveva avuto grandi riconoscimenti a livello internazionale, specie in campo femminile (ad Atlanta fu il debutto assoluto per la disciplina ciclistica del fuoristrada, ndr). Eppure a noi, di quella vittoria incredibile, piace ricordare la primissima dedica che fece l’Azzurra una volta tagliato il traguardo: prima ancora dei famigliari, Paola pronunciò il nome di Fabio Casertelli, il giovane ciclista italiano morto in un tragico incidente al Tour de France l’anno prima, nel 1995.

Grande cuore e tanta sensibilità per una campionessa a tutto tondo che iniziò la sua carriera sportiva come fondista, ma che preferì poi le due ruote raggiungere il successo. Prima dell’Oro di Atlanta arrivarono i titoli italiani, i successi europei e mondiali e tante soddisfazioni. Come non ricordare ad esempio l’anno 1997 quando vinse praticamente tutte le gare della Coppa del Mondo portandosi a casa anche il Mondiale? Ma nello sport la parte più difficile a volte è ripetersi, ed è qui che Paola Pezzo ha dimostrato la sua forza e la sua maturità di atleta. L’Oro di Sidney 2000 fu un bis clamoroso, anche perché raggiunto dopo una caduta durante la gara che poteva compromettere seriamente l’avventura australiana. Recuperò il terreno perduto, superò tutte le concorrenti, e volò di nuovo al traguardo. Questa volta con il Tricolore in mano. E la zip alzata.