opere lessinia
Foto Flavio Pettene

L’ultima scomparsa è la “Madonna della Brea”: colonnetta trafugata a febbraio dello scorso anno dal paradiso degli alti pascoli di contrada Brea, a Campofontana di Selva di Progno, e non ancora ritrovata. Infelice destino capitato in precedenza ad altre opere d’arte votiva che, in una sorta d’inventario della memoria, il Curatorium Cimbricum Veronense e l’associazione Le Falìe hanno voluto riassumere nella mostra “La Brea e le altre scomparse” organizzata a luglio a Velo: con tredici calchi di colonnette votive e rilievi perduti realizzati da Carlo Caporal, che da decenni studia e racconta con dedizione l’arte della Lessinia; le riproduzioni della stele bifronte della Brea, gesto d’amore dello scultore Pino Baù; le fotografie di Flavio Pettene, tra cui quelle che immortalano la copia della scultura rubata sull’altare dei pascoli da cui è stata sottratta; articoli di giornale che dagli anni Novanta descrivono la spoliazione in atto. È tutto quel che resta oggi, volendone citare alcune, della colonnetta di contrada Gaiotte di Bolca, del bassorilievo con San Michele ai Santolli di Badia Calavena, della colonnetta del Santissimo di San Bortolo.

«Noi non dimentichiamo», gridano gli organizzatori, per mantenere l’attenzione su questo doloroso saccheggio. «Quante volte abbiamo sentito parlare della protezione di quest’arte popolare, senza che sia mai stato fatto nulla? Col debito rispetto, ho paragonato il furto della colonnetta della Brea a quello della “Pietà” di Michelangelo a San Pietro. E noi siamo rimasti a guardare quando c’erano tutti i presupposti per immaginare quello che sarebbe successo, a partire dal ragno meccanico inquietante che la sovrastava», denuncia Alessandro Anderloni. «Non possiamo accettare che quella colonnetta non si ritrovi: quanto accaduto è gravissimo ed è il presupposto perché quest’arte scompaia», prosegue. «Questa mostra è un grido d’aiuto, un modo per renderci conto che abbiamo delle ricchezze sul territorio ineguagliabili, che vanno conservate», fa eco Vito Massalongo del Curatorium.

È il punto d’inizio di un percorso di necessaria tutela, per una presa di coscienza di quanto sia importante salvaguardare il patrimonio storico e culturale che rende unici i Monti Lessini: testimonianza della fatica, della fede, delle abilità che hanno contraddistinto gli abitanti di questa terra. Anche per questo le opere devono rimanere là dove sono state collocate per ergersi tra i dossi, per spiccare tra pascoli verdeggianti e contrade. Come “sentinelle” del tempo che è stato, volendo riprendere le parole di Caporal, e segni di una bellezza autentica che deve essere affidata al futuro.

Articolo precedenteAl Film Festival della Lessinia lungo le strade del mondo
Articolo successivoLa musica di Davide De Ascaniis