Per 38 anni ha portato la luce tra le donne detenute nel carcere di Verona. Generosa, socievole, capace di coinvolgere e motivare tutti. Suor Alda Stella ha vissuto per dare alle “ragazze” una vita migliore.

 

RITA MAMBRIN è nata a Casale di Scodosia, provincia di Padova, il 21 aprile 1936, in una famiglia, con già una figlia (dopo arrivarono altre due sorelle e un fratello). Allora, le ragazze dei paesi andavano a servire in città. Rita trovò lavoro al seminario di Verona. Ricorda Antonietta (l’unica sorella rimasta) «fin da ragazzina Rita, sempre schierata con i più deboli, ha palesato la sua vocazione. A 16 anni è entrata nell’Istituto delle Sorelle della Misericordia; a 21 anni la professione. Scelse Alda Stella, i nomi dei nostri genitori: un modo di portare con sé la sua famiglia». Suor Stella iniziò nell’asilo di Albisano (Torri del Benaco) si occupava della gestione della scuola, come fece poi a Villafranca. Un giorno venne invitata dalla Madre Superiora a sostituire una suora «per una decina di giorni al Campone». Un mondo inimmaginabile: vi rimase 38 anni. Ci ha raccontato don Paolo Dal Fior (preferisce don a monsignor) per anni collaboratore e poi cappellano nel Carcere di Verona (1989-1998)  «Al Campone alloggiavano  quattro suore – Suor Fernardina, suor Massimina, suor Aurora e suor Stella – che convivevano con le donne detenute, alcune con i bambini. Condividevano pasti e fatiche. Erano referenti della sezione femminile e custodi della chiesetta, dove spesso le detenute andavano a piangere. Di notte una suora rimaneva sveglia per presidiare la sezione e (spesso) confortare l’ultima arrivata. Un contatto molto importante  che consentiva momenti di riflessione e dialogo». Quella delle suore era una famiglia a supporto di un’altra più fragile famiglia. «La testimonianza di queste suore e di Suor Stella mi resteranno impresse per la grande dedizione riservata alla donne detenute: spesso era uno scambio di amore».

NEL 1994/1995 IL TRASFERIMENTO DELLA CASA CIRCONDARIALE a Montorio. Un cambiamento che ha richiesto impegno e adattamento alla comunità carceraria, suore  comprese, le quali, trovato alloggio a San Michele (scuola materna parrocchiale), assicurarono la presenza giornaliera in carcere. Mezzo di trasporto: la bicicletta. Suor Stella, mentre andava in carcere, in sella alla sua bicicletta con pacchi, pacchetti, sporte e sportine, è stata investita tre volte. Eppure racconta la sorella Antonietta «non ha mai mollato le sue “tose” (ragazze) che spesso seguiva anche fuori. Più di una volta ho visto mia sorella piangere per loro. Era felice quando otteneva il permesso (di poche ore) per qualcuna. Diceva:  “Bisogna alleggerire il peso dei drammi”». Franco Ederle, autista delle suore negli ultimi 15 anni, ha sottolineato  «con la perdita di Suor Stella è finita una storia irripetibile, per la presenza e il grande sostegno delle suore in uno degli ambienti più difficili e traumatici della nostra società. Suor Stella appena poteva toglieva dall’ozio le “tose”. Le voleva attive e in questo era esigente. Il laboratorio di ricamo forniva la bancarella per i mercatini. Qui Suor Stella incontrava volontari e amici ai quali con orgoglio illustrava la biancheria uscita dalle “mani d’oro” delle sue “tose”».  Il laboratorio era anche spazio di accoglienza umana ed affettiva. Per don Paolo «Suor Stella sapeva accogliere, coinvolgere e motivare. Non solo: con pazienza e dedizione  promuoveva tra le detenute l’accoglienza e il superamento dei pregiudizi».  A fine novembre la malattia ha colto suor Stella. Tornata a  San Michele, negli ultimi giorni di vita, ha ricevuto l’abbraccio della sua comunità, dei famigliari, delle sue «tose» (tornate alla vita normale) e del personale del carcere. Dal 2 febbraio 2018,  Suor Stella splende in cielo.