biblioteca capitolare verona

Nell’antichità, così come nel Medioevo, era prassi riutilizzare i fogli dei manoscritti: la pergamena, o il papiro, avevano un costo elevato e dalle pagine spesso il testo veniva cancellato, mediante lavaggio o raschiatura, e sostituito con altro (sono i cosiddetti palinsesti, testi “riutilizzati” in cui sono presenti diversi strati di scrittura sovrapposti). Se sono ancora tanti i segreti celati tra le pagine degli antichi manoscritti, possiamo solo immaginare quali tesori invisibili siano disseminati nelle biblioteche e gli archivi del mondo.

Due codici in particolare, conservati alla Biblioteca Capitolare di Verona, hanno attirato l’attenzione di un gruppo internazionale di ricercatori che porta avanti analisi multispettrali applicate allo studio e al recupero di antichi manoscritti: sono il Codice XL, in cui una riscrittura di Gregorio Magno dell’VIII secolo nasconde preziosissimi frammenti di Euclide, Livio e soprattutto Virgilio, e il Codice XV, in cui le lettere di San Girolamo sono state sovrapposte alle “Istituzioni di Gaio”, una raccolta di leggi che ad oggi è l’unica opera al mondo della giurisprudenza romana ad esserci pervenuta nella sua forma originale.

«Abbiamo ospitato in Capitolare studiosi dalle università di Rochester, Oxford, Sorbona, Monaco e Treviri – racconta Timothy Leonardi, Project Manager di Fondazione Biblioteca Capitolare -, un team internazionale di esperti che ha già lavorato sulle firme di Shakespeare o sulla Magna Charta, in cui le competenze informatiche si accompagnano a quelle umanistiche per lo studio e il recupero di antichi manoscritti».

Grazie a strumenti tecnologicamente avanzati, quali una camera da 150 megapixel e nuovi led a luce fredda, gli scienziati sottopongono i documenti ad accurate indagini multispettrali. «Per ogni foglio – prosegue Leonardi – vengono realizzati oltre 40 scatti con diverse illuminazioni, intensità e profondità di campo. In ciascuna di queste immagini le varie lunghezze d’onda producono diversi effetti sulla pergamena, sull’inchiostro e sulle altre sostanze di cui le pagine sono state impregnate nel corso dei secoli».

Le immagini verranno successivamente rielaborate al computer, nel corso dei prossimi mesi, ma i primi risultati hanno già offerto grandi sorprese: il Codice XL ha regalato al mondo degli studiosi la più antica traccia del commento di Apuleio al terzo libro del De Republica di Platone, su un codice databile al V-VI secolo secondo le prime indagini paleografiche e più antico di circa otto secoli rispetto all’unico frammento ad oggi conosciuto, risalente al XIII secolo e conservato alla Biblioteca Vaticana.

Questo “restauro digitale”, fondamentale per la valorizzazione del patrimonio culturale, è possibile solo grazie al lavoro congiunto di umanisti e scienziati e al rinnovato ruolo della Fondazione Biblioteca Capitolare, che vuole tornare ad essere centro di ricerca attivo e non più solo luogo di conservazione e consultazione. «Questo è al centro del piano strategico 2022 – 2026 di Fondazione Biblioteca Capitolare, – aggiunge Leonardi -, nel quale l’innovazione, le nuove tecnologie e la rete universitaria e scientifica a livello internazionale sono i punti chiave per lo sviluppo futuro».

Sono state gettate le basi per fare della Biblioteca Capitolare un hub culturale e della ricerca, pronto a lavorare in rete, senza timore di far conoscere il proprio patrimonio a ogni tipologia di pubblico.

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