Lo incontriamo un mercoledì di fine settembre. Ci accoglie con molta cordialità nella sua stanza all’interno dell’abbazia benedettina del IX secolo di Maguzzano, nel Comune di Lonato, a Brescia. È in questo luogo di silenzio e pace – dal 1938 di proprietà dell’Opera Don Calabria di Verona – che monsignor Eugenio Dal Corso si è ritirato qualche giorno dopo essere rientrato in Italia dal Continente africano, per la notizia ricevuta di fresca nomina a cardinale. Il prossimo 5 ottobre il vescovo ottantenne originario del Comune di Grezzana, da 33 anni missionario in Angola, scenderà a Roma da Papa Francesco assieme ad altri sacerdoti provenienti da tutto il mondo per la vestizione ufficiale.

Mons. Dal Corso, innanzitutto, come ha ricevuto questa notizia?

Con molta sorpresa e in un primo momento anche con un po’ di diffidenza.

Perché?

In questo ultimo periodo mi trovo in un piccolo centro missionario del sud dell’Angola che si chiama Caiundo. Sono là già da un anno. Dopo una messa della domenica, mia sorella Augusta che è venuta giù a trovarmi per quattro settimane, si è avvicinata tutta emozionata e mi ha detto: “Sai che mi hanno telefonato dall’Italia? Il Papa ti ha fatto cardinale!”.

E lei cos’ha risposto?

“Ma dai, questi non sono scherzi da fare. No, no, è vero! No – dico – non ci credo”. Poco dopo mi è arrivata anche una telefonata di un Padre da Verona e in quel momento ho iniziato a crederci per davvero.

Non se l’aspettava?

È stata una notizia del tutto inaspettata. Anche perché penso di non avere niente di così speciale nella mia vita. Credo forse che il Papa abbia voluto far conoscere a molte persone, dopo la nomina a 78 anni a vescovo emerito della diocesi di Benguela, il mio impegno di missionario in uno dei luoghi più poveri e bisognosi dell’Angola, a Menogue, nella provincia chiamata Cuando-Cubango, che sta proprio giù a sud, al confine con Namibia e Botswana.

Quali responsabilità si assume un vescovo che diventa “eminenza”? La chiamo così perché è questo il titolo che viene dato ai cardinali, giusto?

Esatto. Ci sono due “tipologie” di cardinali, diciamo così: i cardinali che sono elettori quando c’è il Conclave e un altro gruppo di cardinali, di cui farò parte, che non sono elettori, ma sono cardinali onorari, sono quelli che hanno compiuto già 80 anni e che non partecipano all’elezione del Santo Padre. La mia nomina, per capirci, è ad honorem. Non avrò responsabilità giuridiche nella Chiesa, ma rappresentative.

La spaventa un po’ questo nuovo incarico?

La mia paura era che mi tirassero via da dove sono, dalla mia missione in Africa. Ho parlato con alcuni dei miei superiori, anche il cardinale Filoni e il nostro cardinale Parolin, il quale mi ha tranquillizzato dicendomi che posso tornare, senza problemi.

Dovrà tornare più spesso in Italia?

Ad ogni cardinale è affidata una chiesa di Roma, non so ancora quale, lo scoprirò dopo il 5 ottobre. Ci sarà dato un diploma il giorno della nominazione dove si dirà anche qual è la nostra chiesa nella Capitale. Qualche volta certo, dovrò tornare.

Al di là che non abbia impegni o vincoli giuridici, lei sente questa responsabilità addosso?

Sì, la sto iniziando a percepire un po’. Anche per le lettere, per le congratulazioni e per gli impegni che certe autorità anche civili mi stanno dando. Posso dire che con mia grande sorpresa ho ricevuto congratulazioni, per esempio, anche dall’arcivescovo di Barcellona, che non conosco, ma che è stato così gentile da mandarmi – in un bell’italiano – una lettera di congratulazioni. Mi ha fatto piacere. E poi messaggi anche qui in Italia, dalla mia amata Valpantena, e in Angola. Da quando sono stato nominato cardinale, ho ricevuto molte congratulazioni anche dalle autorità angolane.

Cosa pensa di questo continente e di questo Paese, l’Angola, in cui ha servito il Signore per più di trent’anni?

Il Continente africano è ancora purtroppo sottovalutato ed è oggetto di speculazione. L’Africa è ricchissima di risorse naturali, di minerali, pesca, agricoltura, foreste…però queste ricchezze non sono distribuite come dovrebbero tra la popolazione. Molto spesso le risorse finiscono in America, in Asia, in Europa. Ad esempio, il petrolio angolano viene venduto a basso prezzo alla Cina, con vantaggi quasi esclusivamente per i cinesi.

La vostra missione cerca di arginare anche questo fenomeno secolare di sfruttamento delle terre africane?

Come Chiesa Cattolica, quello che stiamo cercando di fare è ottenere prima di tutto l’onestà da parte di coloro che hanno responsabilità sociale e politica delle nazioni, e poi cercare che anche gli stessi angolani si rendano conto delle grandi possibilità che hanno, con l’auspicio che inizino a valorizzarle per loro stessi.

Mons. Eugenio Dal in una giornata di festa nella comunità angolese.

Com’è la situazione politica in Angola?

Da due anni abbiamo un nuovo presidente, il quale si sta impegnando molto per contrastare la corruzione. Ci sta riuscendo, nonostante le tantissime difficoltà.

Il 5 ottobre sarà di nuovo a Roma. Penso che in passato abbia avuto modo di incontrare e conoscere Papa Giovanni Paolo II, Papa Benedetto XVI e Papa Francesco. Che impressione si è fatto di questi tre Santi Padri?

Papa Giovanni Paolo II, San Giovanni Paolo II, è stato quello che mi ha eletto vescovo, nel 1996. Devo dire che non ho mai avuto udienze personali con lui, con nessuno dei tre, però ogni cinque o sei anni le conferenze episcopali devono andare in visita ad limina apostolorum, cioè dobbiamo andare a Roma a visitare il Papa e le altre congregazioni romane. Nel 1998 sono andato per la prima volta nella Santa Sede come vescovo. In queste visite il Papa ci riceve uno a uno. Di Giovanni Paolo II ho una stima immensa. Mi ricordo che una volta ci ha invitati anche a pranzo, siamo stati con lui. Si è dimostrato molto gentile, umile e fraterno.

Parlò con Wojtyla?

A quel tempo camminava già con un bastone, gli chiesi se avesse bisogno di un aiuto, mi disse di seguirlo nella cappellina dove andava a pregare ogni giorno dopo pranzo. Fu un momento indimenticabile.

Papa Benedetto?

Con Ratzinger ho avuto solo una volta la visita ad limina. Ratzinger è un grande teologo, un grande uomo. Dal punto di vista personale apparentemente meno affabile, però anche lui di una coscienza e di una comprensione di noi missionari, e dell’Angola nello specifico, che mi ha fatto sempre molto impressione. L’ho incontrato una volta sola, ma spero di vederlo ancora.

Francesco?

Papa Francesco l’ho visto già tre volte ma sempre in occasione di visite pastorali durante le udienze che fa di mercoledì. Nel 2013 ho organizzato un viaggio dalla diocesi di Benguela di un gruppo di cinquanta persone per l’udienza, dopo sono andato dal Papa e gli ho parlato e raccontato di questa esperienza. Lui si è rivolto al gruppo e ha dato la sua benedizione. Anche Bergoglio è molto affabile e umano.

Eminenza, quali sono le grandi sfide che la Chiesa deve affrontare nei prossimi anni, nei prossimi decenni?

Dobbiamo distinguere la Chiesa in Europa e la Chiesa in Africa. La sfida della Chiesa in Europa è ripresentare la fede in modo convinto e sentito, perché la fede cristiana, qui, più che un’adesione personale e consapevole è più una conseguenza di una tradizione sociale. Quindi c’è la necessità di rievangelizzare, di ritornare ad annunciare il Vangelo di Gesù Cristo in maniera decisa.

Il vescovo Eugenio Dal Corso durante una messa in Angola.

E in Africa?

In Africa dobbiamo insistere nell’espansione della fede cristiana e cattolica, in un certo senso anche per tenere testa alla diffusione molto forte dell’islamismo. Il cristianesimo in questo continente dev’essere rafforzato con l’evangelizzazione, devono esserci più missionari, perché gli africani sono religiosi, più di noi, e molto aperti alla fede cristiana. Sono buona gente. Ci sono addirittura giovani non battezzati che vogliono partecipare ai riti cattolici. Penso proprio che l’Africa sarà il futuro dell’umanità, sia dal punto di vista economico che dal punto di vista religioso.

Ha un sogno nel cassetto Eminenza?

In Angola ci sono villaggi a maggioranza cattolica dove si svolge solo una messa una volta al mese o addirittura ogni due. Il mio sogno è realizzare nel luogo dove sono adesso un grande centro missionario di evangelizzazione. Stiamo formando catechisti, spero che vengano sacerdoti giovani, dall’Italia, dall’estero, anche dalla stessa Angola ad aiutarmi, in modo da creare un modello per altre realtà africane.