Dalle dolorose ferite provocate dalla pandemia, deve nascere un profondo ripensamento. Innanzitutto nel trovare modi nuovi nel mettere in pratica quel termine di «cura» declinato nei confronti delle persone anziane. 

Si è parlato tanto, nelle settimane del contagio, delle case di riposo. Parole spese prevalentemente in termini di sconfitte, suggellate dal propagarsi del virus (e della morte col suo essere inesorabile), che è andato a colpire anime già fragili, talora cancellandone le esistenze. In questi luoghi i focolai non sono stati solo quelli del Coronavirus, ma della solitudine: per mancanza di relazioni, abitudini modificate, assenza di contatti con l’ambiente esterno. 

Se stravolto è stato il nostro vivere fuori, è accaduto anche all’interno delle case di riposo: «Il concentrato della crisi». Usa questa definizione il prof. Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione italiana di Psicogeriatria, per descrivere i sentimenti che hanno scandito e protratto la quarantena. «Alcuni anziani in queste residenze hanno affrontato la separazione dalla famiglia, vivendola malissimo. Ne hanno risentito pesantemente: dimagrendo, rifiutando di alzarsi dal letto e di prendere le medicine, manifestando tristezza e depressione», sottolinea. Particolari di cui si dovrà tenere conto con la riapertura delle porte delle strutture, adottando le difese opportune per accompagnare gli incontri, coi parametri della sicurezza e delle emozioni da gestire. 

Ci sono lacerazioni da rimarginare. «Il rapporto con il personale si è profondamente modificato, mediato da scafandri e mascherine di protezione. Gli anziani, sia integri cognitivamente ma ancor più quelli con problemi di demenza, si sono trovati impossibilitati a sviluppare quella vicinanza a cui erano abituati», prosegue. Sanitari e operatori sono stati spesso costretti a turnare in maniera drammatica, lavorando il doppio per sostituire chi era stato contagiato. «Il comportamento medio dei dipendenti delle case di riposo è stato comunque eccezionale per cultura, intelligenza, disponibilità, generosità», sottolinea. Hanno reagito, con chi ha la responsabilità di dirigere queste realtà, al totale abbandono che talora si è verificato. «Ci sono stati dubbi sui tamponi, cambiamenti di decisioni: è mancato, in maniera realmente indegna, qualsiasi tipo di supporto alla gestione delle case di riposo da parte delle autorità sanitarie. Bisogna avere il coraggio di dirlo».

SERVIVA, INSOMMA, MAGGIORE «CURA»

Per fortunata, prosegue, «in molte strutture il sistema ha funzionato: sono diventare castelli chiusi, in cui le cose andavano avanti per le capacità e l’altruismo degli operatori. Tutti si sono messi a servizio degli anziani». Preservandoli, in alcuni casi, dall’angoscia di quanto accadeva fuori da quelle mura deputate a proteggerli: «C’è chi ha avuto l’accortezza di non esporre gli ospiti alle notizie più terribili, come il trasporto notturno delle bare. Li hanno tenuti separati da queste immagini che potevano suscitare in loro fantasmi, com’è accaduto invece alle persone anziane isolate, nelle proprie abitazioni, che non avevano contatti con nessuno e cercavano di non essere ricoverate in ospedale perché avevano saputo che là si moriva…». 

Se c’è un’eredità, dopo quanto accaduto, trova ancora risposta nella «cura» che nella gestione delle problematiche della terza età non dev’essere aspetto marginale, ma primario. «Servono schemi diversi di assistenza e bisogna avere il coraggio di riesaminare il settore. Se non cambiamo adesso, sotto la pressione del Covid-19, non lo faremo più – conclude –. Dobbiamo essere attenti a muoverci correttamente, con urgenza e intelligenza».