Luca e Maria Tommasoli il 26 settembre all'Istituto Copernico- Pasoli.

Sono passati più di dodici anni da quel 1° maggio 2008 quando cinque giovani, in Corticella Leoni a Verona, aggredirono brutalmente Nicola Tommasoli, per futili motivi, provocandogli traumi e ferite che lo portarono alla morte alcuni giorni dopo. A distanza di tanto tempo, a tenere vivo il ricordo di una giovane vita spezzata in maniera assurda ci sono alcune iniziative importanti. Tra queste quella voluta da sei anni a questa parte – anche nel 2020 nonostante le difficoltà dovute all’emergenza Covid-19 – dall’Associazione Prospettiva Famiglia, una rete di agenzie educative presenti nel nostro territorio nata con l’intento di promuovere, in modo sinergico ed efficace, appuntamenti e interventi formativo-culturali a sostegno della famiglia.

Sabato 26 settembre, infatti, si è tenuta la premiazione del sesto concorso “Borsa di Studio Nicola Tommasoli” a cui hanno partecipato molte scuole veronesi, capaci di produrre a distanza, nonostante il lockdown e le conseguenti restrizioni, ben 37 elaborati (18 nel 2019) imperniati sul tema “il valore del coraggio”.

La scuola vincitrice del Premio 2020

Abbiamo incontrato i genitori di Nicola Tommasoli, Luca e Maria, presenti, entusiasti e sorpresi dall’attaccamento di studenti e insegnanti attorno a un concorso che ha lo scopo, prima di tutto, di educare alla cultura della non violenza.

Luca, Maria, partiamo da qui: cos’è per voi il coraggio?

(Luca) È una domanda impegnativa. Il coraggio può avere mille sfaccettature, dipende dal contesto, dalle situazioni. Coraggio può essere anche fare una vita normale, senza gesti eclatanti. Oggi, ad esempio, ci vuole del coraggio per avere un atteggiamento sobrio, per non fare una vita sopra le righe, per non dare un appoggio morale a chi fa della sopraffazione la ragione della propria esistenza.

(Maria) Il fatto che i ragazzi, assieme ai docenti, abbiano insistito per rirpoporre il concorso anche quest’anno, nonostante noi con Prospettiva Famiglia avessimo dei dubbi legati alla situazione Covid, è stato per me un grande atto di coraggio.

Sesta edizione del Bando e gran lavoro, appunto, di Prospettiva Famiglia. Il percorso fatto fin qui è fedele all’idea originaria che avevate avuto?  

(Luca) I risultati ottenuti grazie all’Associazione presieduta da Paolo Stefano sono al di là dei nostri più rosei desideri. L’idea era partita da noi, ma senza Prospettiva Famiglia non avremmo avuto le forze per concretizzarla e sostenerla nel tempo.

I rappresentanti di Prospettiva Famiglia sul palco del Copernico-Pasoli

Cosa provate quando vedete dei giovani salire sul palco in ricordo, e nel nome, di Nicola?

(Maria): Mi si allarga il cuore. È commovente l’impegno che ci mettono i ragazzi, che sono i veri destinatari dell’iniziativa pensata per contrastare la violenza che imperversa, purtroppo, in moltissimi ambienti.

Il concorso è un piccolo grande miracolo che si rinnova?

(Luca) Direi di sì, merito dell’Associazione e della coordinatrice Daniela Galletta. Credono in quello che fanno e credono nei giovani. Si nota chiaramente.

(Maria): Sono le scuole a volerlo, questo mi sorprende ogni volta, in positivo. Significa che c’è anche del buono. Non è tutto come viene raccontato dai media o dai giornali.

La comunicazione o il giornalismo sono corresponsabili nel raccontare il “non buono”?

(Luca) È difficile il mestiere del giornalista, c’è concorrenza spietata e c’è una corsa al ribasso della qualità delle notizie. Le testate televisive private, in particolare, non hanno come primo obiettivo la qualità, ormai si fa a gara a chi urla più forte dentro a quello schermo. Uno spettacolo pietoso.

Prospettiva Famiglia ha coinvolto anche la scuola in carcere e in ospedale…

(Luca) È un ulteriore dichiarazione di intenti. Ci sono valori che ci accomunano: solidarietà, tolleranza, apertura verso il diverso e verso chi soffre e queste due aperture sono per noi importantissime.

Presente al Copernico-Pasoli anche la direttrice del Carcere di Montorio Maria Grazia Bregoli (al centro)

Recentemente il caso Willy, ma anche il pensionato di Vicenza aggredito dopo aver difeso una ragazza dal fidanzato violento. Che origine ha questa aggressività? Come interpretate questa escalation di violenza?

(Luca) I fatti delittuosi sono estremamente amplificati dai media. La percezione della pericolosità della società non è coerente con i dati oggettivi. Se succede qualcosa di grave si viene a sapere dappertutto, in tutte le tv, dopo cinque minuti. È chiaro che la notizia è sempre la stessa, molto amplificata. Non sono così sicuro che la società attuale sia peggiore di quella passata, siamo però sicuri che le teste che dovrebbero essere più illuminate, che dovrebbero trainare il popolo, lo trainano in direzione opposta.

Se poi le notizie sono uguali per tutti, si va alla ricerca del particolare scabroso o intimo…

(Maria) È l’aspetto peggiore in assoluto. Noi l’abbiamo provato sulla nostra pelle, siamo stati costretti a scappare e a defilarci in alcuni casi per non essere travolti. Deve rimanere un minimo di rispetto nei confronti delle persone che in quel momento stanno vivendo un dolore atroce.

Cosa pensate del caso Willy?

(Luca) Frutto della cultura della violenza che purtroppo alberga in alcune frange della società. Il machismo, l’andare in palestra per avere i pettorali, la tartaruga sulla pancia sono ormai un valore. Siamo alla follia.

Il pubblico attento in sala

Come arginare questa deriva?

(Luca) Per ottenere dei risultati bisogna investire nei giovani, è in loro che bisogna inculcare l’idea che la violenza è un disvalore e non un valore, che la forza è quella della testa e non quella del bicipite, che il diverso è motivo di interesse e non un nemico, che i più deboli vanno sostenuti anziché emarginati.

C’è una società da ripensare?

(Maria) Bisognerebbe far affiorare altri valori rispetto a quelli che ci vengono propinati. Non è semplice.

Ogni volta che venite a conoscenza di un fatto delittuoso o violento, qual è la vostra reazione?

(Luca) Mi chiedo: “Allora quello che stiamo facendo non serve a niente?”. Poi razionalizzo e capisco che non è così. È evidente che c’è sempre un richiamo alla nostra tragedia. Con gli anni c’è una specie di cicatrizzazione della ferita, sempre molto dolorosa.

Sono passati dodici anni dalla morte di vostro figlio. Un’elaborazione del lutto è possibile?

Nicola Tommasoli

(Maria): Su questo punto devo confessare che sono stata aiutata e poi ho fatto una ricerca mia personale. Col tempo mi sono ritrovata una forza che non pensavo di avere e che mi ha fatto capire che non potevo essere quella che probabilmente sarei stata, ovvero una donna chiusa in se stessa, che piange ogni volta che vede un oggetto appartenuto al figlio. Ho sentito il bisogno di reagire e ci sono state persone che mi sono state vicine, con discrezione, come don Marco Campedelli o la stessa Daniela Galletta. In tutto ciò, ho sempre sentito la presenza di mio figlio, è come se mi avesse preso per mano e mi avesse guidato. Ho avuto la sensazione di essere accompagnata, con fatica, a salire dei gradini e ad aprirmi.

(Luca) In questi casi o ti chiudi in te stesso e diventi arido, oppure ti apri. Nicola era molto simile a me, aperto, non avrebbe voluto vederci morire dentro.

Anche questa è una forma di coraggio. Avete qualche pensiero, e se sì, di che tipo, nei confronti delle persone che hanno ucciso vostro figlio?

(Luca) Direi di no. L’unica cosa a cui penso ogni tanto è che uno dei cinque colpevoli, solo uno, volontariamente, si è sentito in dovere di contribuire economicamente al risarcimento. Mentre nessuno degli altri quattro si è mai degnato di fare alcunché. Tra l’altro, colui che regolarmente ci versa un piccolo contributo, per lui significativo, è anche l’unico che a suo tempo, tramite il suo legale, ci aveva fatto pervenire una lettera di scuse. Allora non ci convinse molto, pensavamo non fosse scritta di suo pugno. Invece a distanza di anni prosegue con questo suo gesto e mi fa pensare che quello scritto fosse stato davvero una sua volontà. Sugli altri quattro non mi esprimo.

Sentite vicina la città di Verona? La tragedia che ha via colpito ha lasciato qualcosa ai veronesi?

(Luca)Ci sono per fortuna molti strati della cittadinanza che hanno vissuto la tragedia e l’iter assieme a noi, standoci vicini, altri che hanno interpretato il tutto in maniera diversa. Con Prospettiva Famiglia abbiamo avuto la possibilità di amplificare il nostro messaggio e di prolungarlo nel tempo.

Chi era Nicola Tommasoli? Come lo descrivereste con un’immagine, una parola?

(Maria) Un vulcano. Dal punto di vista caratteriale assomigliava al papà. Era travolgente, pieno di iniziative, con tantissimi amici, una persona super positiva che non ha mai guardato l’aspetto esteriore. Guardava dentro, apprezzava il valore delle persone.

(Luca) Estroversione, nel senso più completo della parola. Era estremamente rispettoso delle regole, cercava di dialogare, di aprirsi, di incontrare l’altro. Questa immagine conservo, gelosamente, di nostro figlio.

Per conoscere i vincitori del sesto Bando Borsa di Studio Nicola Tommasoli: https://www.prospettivafamiglia.it/

La targa in Corticella Leoni che ricorda il nome di Nicola Tommasoli